12 13 Sorgente dentro Andreas Weber La scorsa estate, sul calare della sera, andavamo spesso nei pressi di un piccolo ruscello. �uando il caldo intenso di mezzogiorno cominciava a placarsi, prendevo in braccio la mia vecchia cagnolina, salivo i gradini davanti alla chiesa e percorrevo la strada che portava al cimitero. La tenevo avvolta sotto il mio braccio, con la zampa sinistra nella mia mano destra, affinché non cadesse. Avevamo percorso quel sentiero verso le colline terrazzate sopra il paese innumerevoli volte, per quasi due decenni, in tutte le stagioni e sotto ogni cielo, attraversando tutte le età della sua vita. Da cucciola danzava zigzagando sulla neve che copriva la strada d’inverno, un unico muscolo di gioia che si fletteva agile. Nelle miti giornate di giugno si perdeva a inseguire lucertole nelle fenditure dei muri a secco, la coda in costante rotazione frenetica. Ora, a malapena camminava. La strada, fiancheggiata da noccioli e cespugli di carote selvatiche, ci conosceva tanto quanto noi conoscevamo lei. �uando la posavo a terra fiutava un po’, per poi restare ferma dove l’avevo lasciata, osservando il vuoto in lontananza. Niente più lucertole. Nessun interesse per i gatti lungo il cammino. Era diventata davvero vecchia. In quei giorni mi sembrava che avesse già parzialmente varcato il confine con l’altro regno, come la vegetazione di quell’estate ormai al termine, con i cinorrodi di rosa canina arancio scuro e crema intenso, qualche foglia gialla che cominciava a cadere pigra. La mia cagnetta aveva cominciato a farsi paesaggio, non nella sua manifestazione ancora rigogliosa, quanto nel suo fluttuare lento verso il fondamento invisibile dell’essere, dove non c’è una separazione netta tra le vite. Dove c’è solo la vita. Durante quell’estate, la sua ultima, ci accontentavamo di fermarci a quel piccolo ruscello. Un sentiero a sinistra scendeva verso una cascata ombrosa, dove l’acqua saltava di pietra in pietra formando pozze traslucide tra massi muschiosi, spruzzati di macchie dorate della luce del tardo pomeriggio. La stringevo forte mentre scivolavo giù per il sentiero, aggrappandomi ai rami e ai tralci di sambuco. Poi la sedevo sulla ghiaia fina della riva, così che le sue zampe anteriori potessero toccare l’acqua. Spesso dovevo sistemarla perché cercava di leccare l’acqua dai ciottoli, tanto aveva perso vista e orientamento. Poi, mentre il pelo nero delle sue zampe fluttuava nella corrente, beveva a lungo e con devozione, abbandonata al luogo e all’istante. Le zanzare d’acqua volteggiavano sui toni dorati e turchesi della superficie vitrea. Una grande lucciola veniva regolarmente a farci visita, librandosi intorno alla mia vecchia compagna che, dopo aver bevuto, restava immobile, assorta, zampe immerse nel ruscello, sguardo perso tra i sussurri delle correnti e la luce morbida del pomeriggio. �uello in cui era immersa, quello da cui beveva, era sé stessa. Durante quelle ultime settimane estive mi muovevo poco. Non prendevo più l’autobus per andare verso la costa: il tragitto era sconnesso e il caldo eccessivo, per la mia vecchia cagnolina, laggiù al mare. Non avevo un’auto per portarla sulle colline a percorrere i sentieri selvaggi che avevamo battuto per tanti anni. La nostra orbita si era ristretta, un cerchio minuscolo intorno alla casa. Il piccolo ruscello che sgorgava dalle rocce marcava il limite estremo del nostro andare, e così divenne tutto il nostro mondo, completo di tutto: le foglie di nocciolo, ontano e sambuco; i sottili steli grigi coperti di licheni pallidi; le mosche e le falene che fluttuavano nella luce obliqua sotto il fogliame, come scintille di un fuoco al crepuscolo; i ciottoli carbone con le loro linee bianche frastagliate; le zanzare d’acqua; il canto solitario dell’ultima capinera. Il nostro ruscello nascosto divenne il centro di tutto ciò che è, riflesso in acqua come in una lente, un solo punto focale da cui le luci del volo terminano per poi ricominciare. In quelle lunghe ore lente, che coronavano un’amicizia di quasi due decenni, i miei pensieri spesso si fondevano con le materie vive di quel luogo. Ero assorbito da ciò che persisteva, come se muschio e foglie cadute fossero i miei stessi occhi. Come se riuscissi a vedere, per così dire, attraverso l’amore per la mia vecchia amica, quanto questo stesso amore ancorasse le nostre vite alla realtà. Era una sorta di visione bifocale, che mi permetteva di guardare al contempo da una prospettiva materiale e con gli occhi del cuore, in parallelo. Il cuore, la mia esperienza interiore, e le cose – l’acqua che scorreva diligente, gli insetti giocosi, la luce scintillante e la mia cagnetta che beveva piano piano, assorbendo quell’acqua e quella luce – erano parte integrante della mia esperienza. Tutto formava un unico grande corpo di realtà, in cui non esisteva confine tra la mia cagnolina che beveva l’acqua e l’acqua stessa, tra lei come fonte del mio amore e l’acqua come sua stessa fonte. Tutto e tutti, me compreso, eravamo sorgente di vita, e tutto e tutti ne eravamo manifestazione in quanto vivi. Mi dava un leggero capogiro, e una felicità profonda, così mi ritrovavo spesso ad aggiungere al quadro la mia personale sorgente, quando le lacrime mi rigavano le guance, tanto ero al centro – e, al contempo, alla periferia – di tutto ciò che c’era. Il ruscello sussurrava il suo mormorio argenteo, la mia cagnetta beveva la sua acqua cristallina, le mie lacrime ricadevano in quell’acqua, increspandone appena la superficie. Un mistero profondo. Una transustanziazione. Tutti noi eravamo acqua che incontrava se stessa, separandosi per un breve tempo in esistenze individuali, per poi tornare a essere una cosa sola. Tutti eravamo l’acqua e la sua esperienza che si incontra, si separa e poi si ritrova, fluendo unita per un’altra eternità. Per comprendere cosa sia la realtà, è essenziale guardare con i propri occhi e credere a ciò che ci mostrano. Ed è ancora più importante percepire con il proprio cuore e credere a ciò che percepiamo. Tanto gli occhi quanto il cuore ci dicono che esiste un’unica realtà composita in cui nulla è separato dal resto, sebbene questa interezza appaia sotto forma di una miriade di cose. D’altro canto ogni cosa, se adeguatamente percepita, ci permette di comprendere che non è separata, non è un mero oggetto, ma una modalità attraverso cui quell’unica realtà si manifesta. Potremmo persino arrivare a dire che è un modo mediante il quale la nostra stessa esistenza è espressione di un composito tutto. I mistici sanno percepire in questo modo. E gli innamorati. Chi si è appena innamorato tende a scorgere ovunque il proprio stato di estasi, percepisce l’aria colma di minuscole scintille elettriche, riconosce un sorriso su ogni volto. Gli intensi giorni vissuti alla fine della vita della mia cagnolina mi hanno reso estremamente sensibile a questa doppia visione.
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