Ossigeno #13

14 15 Vedere dal cuore, avere uno sguardo tenero non è finzione poetica, né mera proiezione dovuta all’estasi mistica o a un volo della fantasia. Vedere con gli occhi del cuore è, credo, conoscere accuratamente ciò che è vero, ciò che è reale. In questo breve saggio vorrei dunque esplorare la natura di questa realtà. Proverò a delineare i tratti generali di un’Ecologia dell’Essere che sappia restare in contatto con il cuore e, al tempo stesso, si accordi con le acquisizioni dell’ecologia e della fisiologia scientifiche. In questa Ecologia dell’Essere esiste una sola realtà, colma di un solo desiderio: quello di distribuire il dono della vita. Essere è profondamente condividere. Condividere ciò che dà vita. In tal senso, lo sbocciare di un fiore è quanto di più vicino ci sia al guardare dritto negli occhi del cuore. Ogni atto di vita, ogni processo attraverso cui un organismo edifica il proprio corpo – respirando, digerendo, espellendo, tra le tante altre cose – trasmette i doni della vita anche ad altri corpi. Essere me stesso consente agli altri di essere sé stessi. Una semplice osservazione, ma tragicamente oscurata dall’idea che la vita sia principalmente competizione (all’opposto siderale della condivisione) e che distorce drasticamente la nostra visione. Ma prima ancora che una lotta per accaparrarsi risorse sempre insufficienti, la vita è innanzitutto condivisione. Come potrebbe essere altrimenti, se tutto ciò che esiste è già uno, un unico bacino di materia, le acque della realtà? Il piacere apparentemente insignificante che la mia cagnolina si concedeva sulla riva del fiume negli ultimi giorni della sua vita aprì un varco su un mistero profondo. Con un solo gesto stava al contempo bevendo, dentro ciò che la dissetava e, poiché gli esseri viventi sono costituiti prevalentemente di acqua, era anche ciò che beveva. Era nel ruscello e come ruscello. �uando avrebbe urinato, l’avrebbe lasciato scorrere oltre. Con ogni respiro, esalando invisibile vapore acqueo, avrebbe dato un contributo alla pioggia. Era parte del bacino idrografico, come lo era il ruscello stesso. Mi mostrava che il ciclo dell’acqua fluisce attraverso di noi – o meglio, scorre in quanto siamo noi. Non siamo solo un contenitore del flusso della vita. Siamo la sorgente. Non sorprende che molti esseri umani siano così profondamente attratti dai corpi d’acqua, trovando riposo e pace sulle rive, percependo che il ruscello conosce tutti i miei segreti, come scrisse il filosofo francese Gaston Bachelard¹. L’acqua che scorre conosce i nostri segreti perché siamo noi. Noi siamo il fiume. E poiché siamo il fiume, agiamo come il fiume: trasferiamo acqua ad altri corpi. L’espirazione crea vapore che si condensa in pioggia, che infine forma i fiumi. L’escrezione fertilizza le piante che, crescendo in dense comunità, generano nubi che irrigano la terra. Gli esseri viventi svolgono questo compito semplicemente essendo sé stessi. Immersi in un piccolo ruscello, semi-ignari di sé, o bevendo quel liquido liscio e confortante che è il corpo dell’acqua. Il semplice atto dell’essere nutre ulteriore essere. Arriverei persino a dire che il semplice processo dell’essere è già atto fondativo dell’amore. Che cos’è infatti l’amore, se non l’atto di fornire vita a qualcuno? Di consentire la vita attraverso i propri gesti e le proprie intenzioni? Così la mia cagnolina era fonte di vita, e al contempo riceveva vita dalla fonte. Le veniva donata vita dalla sorgente che le bagnava le zampe, e a sua volta era quella stessa sorgente. C’era qualcosa di eterno in quella scena, un corpo d’acqua immerso in un altro corpo d’acqua. Osserva bene, mi diceva una voce interiore mentre sedevo presso il ruscello, perché è così che stanno le cose. E così sarà quando se ne sarà andata; quando non sarà più una manifestazione di vita individuale, ma piuttosto le acque senza nome che sono ovunque, e sono tutto. Era un quadro triste, e dolce, e confortante. Tuttavia, non è solo attraverso la nostra esistenza come acqua che possiamo comprendere come essere vivi significhi essere inclusi in un atto continuo di donazione della vita. Gli organismi non solo sono tenuti insieme come un unico bacino idrografico; sono anche un unico corpo indivisibile. La materia di questo corpo unico e infinito fluisce dentro e fuori, formando individualità attraverso onde ingestive e respirative. Nessun corpo vivente resta identico a sé stesso, neanche per un breve istante, ma si disgrega continuamente, continuamente sostituito dalla materia ingerita da altri corpi. L’individualità di un essere vivente non è costante. È come la cresta di un’onda in un oceano in tempesta. Ciò che quell’onda è, una volta dissoltasi dopo un lungo e tumultuoso attraversamento del mare, non è altro che acqua. Ciò che l’onda esperisce di sé, al termine di quella tempesta, non è altro che acqua. È il tutto. A ogni espirazione ci diffondiamo negli altri. �uando espiriamo, distribuiamo la materia del nostro corpo nell’aria. Espiriamo CO ² . �uella C, il carbonio dell’anidride carbonica, un attimo prima formava il nostro corpo individuale. Costituiva le proteine dei nostri muscoli, il grasso sotto la pelle, lo zucchero nel sangue. A scuola abbiamo tutti imparato che ingeriamo cibo, lo bruciamo, ne utilizziamo l’energia e ne espelliamo i resti. Io lo trovo piuttosto errato. Non espelliamo residui consumati; noi espiriamo il nostro corpo affinché le piante possano inspirarlo, nutrirsene e costruire la loro sostanza a partire dalla nostra. A nostra volta, noi animali ci nutriamo di piante, o di animali che se ne sono nutriti, e creiamo i nostri corpi a partire dai loro. Nessuna separazione dei corpi, solo un immenso oceano di materia condivisa, di cui fondamento è l’offerta reciproca del dono della vita. Io nutro le piante. Le piante nutrono me. Non posso fare a meno di farlo. Di essere nutrito. Non posso impedire che il dono della vita sia offerto, che l’amore sia donato. Potrei solo fingere il contrario, a danno mio e di tutta la vita. Tutto ciò ci consente di inquadrare le relazioni ecologiche non come cupo scenario di predazione e morte violenta, ma come la gioia del dare e ricevere. Il miracolo di questo mondo è che è commestibile, come lo siamo anche noi. È così che la realtà dà prova di essere unica. Se il mondo è commestibile, avremo sempre di che nutrirci. Come potrebbe essere altrimenti, se tutto è nutrimento? Se tutto è fatto della nostra stessa carne? Immagino che alcuni lettori possano obiettare: essere commestibili non è forse qualcosa di terribile, una prova che non siamo i benvenuti, che non siamo accolti, ma destinati all’annientamento? Certo, esiste la morte, ed esiste la sofferenza sia prima che accanto ad essa, un’immensa sofferenza tra gli individui che appartengono a un’unica sorgente di vita. Sarebbe del tutto irresponsabile rimuovere e negare questa verità esistenziale (come in quell’atteggiamento per cui la morte è solo un’illusione). La sofferenza è reale, e noi – la civiltà che fa affidamento sulle conquiste tecnologiche e sul pensiero scientifico – la stiamo tragicamente aggravando perché siamo ossessionati dal corpo individuale e non da ciò che esso compie, ossia l’atto di fornire vita ad altri corpi. Non riusciamo a vedere che la realtà più profonda di un essere vivente non è la sua carne individuale, ma l’azione attraverso cui creiamo ulteriore vita a ogni respiro, e con essa noi stessi e gli altri. Ci concentriamo sul corpo individuale e sui suoi intricati meccanismi, e pensiamo che soltanto questo sia il modo in cui si costruisce la vita. Tendiamo allora a credere che, con la fine di questo corpo individuale, anche la vita finisca. Tendiamo a pensare che l’esperienza della vita sia rigidamente legata al corpo, che la produce come funzione dei suoi meccanismi e, quando questi terminano, anche la vita svanisce. ¹ Gaston Bachelard, L’eau et les rêves. Essai sur l’imagination de la matière, ed. Corti, Paris, 1942: «L’anonima acqua conosce tutti i miei segreti. E lo stesso ricordo sgorga da ogni sorgente».

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