Ossigeno #13

140 141 Tutto, assolutamente tutto, nell’architettura dei social media è progettato per incitarci a schiacciare quel bottone: in inglese publish o share, nella lingua dei simboli c’è una freccia leggermente incurvata oppure tre cerchi collegati tra loro, immagine di un piccolo network, talvolta un aeroplanino di carta. L’effetto? Rendere pubblico il nostro pensiero, informare gli altri sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. E così tessere o fortificare un legame sociale che verrà in qualche modo monetizzato. Perché oltre a condividere le informazioni con i nostri amici, le avremo condivise con un database, che a sua volta andrà a condividerle con gli inserzionisti. Nel farlo avremo contribuito a creare una, dieci, mille community: delle bolle sociali composte da persone che finalmente capiscono le nostre preferenze, i nostri bisogni, il nostro linguaggio. Se questo modo di fare comunità vi pare un po’ artificiale, fate un esperimento: provate a passare una serata con qualcuno che non condivide assolutamente nulla con voi. Se amate la lettura, lui non ha mai aperto un libro in vita sua. Se ascoltate musica rock, lui ha tutti gli album di Al Bano. Voi amate l’umorismo surreale, lui è fan delle pagine Amo il mio carabiniere e I cani sono meglio delle persone. Lui segue la Serie A, a voi interessa solo il calcio storico fiorentino. Battute sul sesso, sul cibo, sul tempo? Nemmeno, perché avete dialetti regionali lontanissimi, orientamenti sessuali differenti, diete alimentari incompatibili, persino sulla meteorologia non avete nulla da dirvi. Per non parlare delle idee politiche, sulle quali finireste a litigare se solo non preferiste tacerle per imbarazzo. È vero che appartenete alla medesima società, sul piano puramente formale, ma in sostanza appartenete anche a mondi diversi: perché non condividete quasi nulla. Ora avete fretta di tornare a casa per ritrovare i vostri amici di Facebook – che, almeno, colgono al volo quando citate il verso di una canzone. Condividi! Raffaele Alberto Ventura «Tacete! Il nemico vi ascolta!»; «Proletari di tutto il mondo, unitevi!»; «Arruolatevi!»: i regimi politici del Novecento ci hanno abituati all’uso dell’imperativo per disciplinare il corpo sociale. La fantascienza ha immaginato innumerevoli parodie di questa propaganda, come nel film Essi vivono di John Carpenter: «Obbedisci»; «Consuma»; «Sposati e riproduciti». Tutt’altro è l’imperativo della nostra società, un imperativo che ci accompagna in tutte le esperienze di interazione sulle piattaforme digitali: «Condividi!». Così, abbiamo iniziato a condividere ogni cosa delle nostra vita. Su LinkedIn, le carriere reali o immaginate. Su Facebook, le opinioni. Su Twitter, la rabbia. Su Instagram, le foto delle vacanze. Su Tinder, la vita sessuale. E poi i libri impilati sul comodino, la musica che ascoltiamo come colonna sonora di un film invisibile, i chilometri corsi all'alba per certificare la nostra efficienza biologica, i piatti esteticamente perfetti che stiamo per mangiare, le petizioni che abbiamo firmato, gli aeroporti in cui abbiamo transitato, le conferenze a cui abbiamo assistito e persino le ore di sonno che siamo riusciti a dormire. L’ingiunzione alla trasparenza ha dissolto il confine tra tempo di vita e tempo di lavoro: ogni nostra emozione, ogni viaggio, ogni indignazione diventa materia prima per alimentare l’economia dell’attenzione. Credevamo di esserci liberati dalle catene della società disciplinare, invece abbiamo interiorizzato il sorvegliante: siamo passati dalla vecchia gabbia d'acciaio alla gabbia di vetro digitale. �ui l'unico peccato mortale è l'invisibilità.

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