Ossigeno #13

142 Rifondare la comunità Dalla fine dell’Ottocento, i sociologi distinguono tra la semplice associazione formale, basata su un contratto, e la comunità, che implica un legame più profondo, segnato dalla condivisione. Per distinguerle si fa riferimento a una coppia di parole tedesche, Gesellschaft e Gemeinschaft. �uesta seconda parola, peraltro, viene usata anche per indicare la comunione dei cristiani. Ma come costruiamo, noi, le nostre comunità? In modo non dissimile. L’imperativo Condividi! non è soltanto un capriccio del capitalismo della sorveglianza, ma l'ultima risorsa per produrre quel collante sociale che la tradizione non garantisce più. In assenza di una trascendenza condivisa, ci siamo rifugiati nell'immanenza dei consumi culturali. Non condividiamo un link a una canzone su Spotify o la citazione di una serie TV perché pensiamo che siano capolavori immortali, ma perché sono simboli, nel senso etimologico di tessere di riconoscimento che ci permettono di ricomporre l'unità spezzata del corpo sociale. Le canzoni d’amore ci prestano le parole che non abbiamo, riempiono i vuoti imbarazzanti tra due solitudini, offrono una sceneggiatura precompilata a relazioni che non saprebbero come improvvisare. La funzione della cultura popolare, nell'era della sua riproducibilità digitale, è di fornire le ostie consacrate per la nostra comunione profana. Senza questo immenso repertorio di riferimenti comuni, senza questa circolazione frenetica di contenuti che funge da páthos collettivo, ci ritroveremmo improvvisamente estranei l’uno all’altro, abitanti di monadi incomunicabili. Se è vero che l'imperativo della condivisione è stato cooptato dai meccanismi di estrazione del valore, è altrettanto vero che il gesto in sé – il rendere comune – rimane l'unico argine che abbiamo contro l'entropia sociale. Fino a oggi abbiamo usato la condivisione soprattutto come strumento di distinzione: condividiamo per posizionarci, per accumulare capitale simbolico, per segnalare la nostra appartenenza a una élite morale, estetica o politica. Abbiamo costruito muri fatti di link e fotografie per definire chi siamo noi e chi sono gli altri. Ma se vogliamo che questo meccanismo serva a edificare qualcosa di più abitabile di un mercato delle vanità, dobbiamo rovesciare la logica: passare dalla condivisione come competizione alla condivisione come cooperazione. Immaginare un mondo migliore non richiede chissà quale utopia futuristica, ma un ritorno alla funzione originaria del linguaggio e del rito: ridurre l'incertezza e la paura dell'altro. Condividere un'idea, una risorsa o anche solo un momento di vulnerabilità significa creare un terreno comune su cui sia possibile camminare senza scivolare nella guerra di tutti contro tutti. La scommessa, allora, sta nel sottrarre la condivisione all'automatismo dell'algoritmo per restituirla alla consapevolezza dell'atto politico. Non condividere per essere visti, ma per vedere se c'è qualcun altro, lì fuori, che sta guardando nella stessa direzione. Se la tecnologia ci ha dato i mezzi per una connessione planetaria, sta a noi riempirla di senso, trasformando i 'profili' in persone e i 'network' in società. Perché alla fine, l'unico modo per non essere schiacciati dalla complessità del reale è affrontarla insieme, scambiandoci le mappe – per quanto imperfette – del territorio che stiamo attraversando. Comunità e comunione Per capire questo paradosso bisogna cominciare da una parola che ha quasi tremila anni di storia: koinonía. Gli antichi greci parlavano di koinonía per indicare la comunità, e più generalmente ciò che tocca la sfera sociale. Aristotele, ad esempio, parla di koinonía politiké, che noi traduciamo con ‘società civile’. Ma il suo significato originario è ben più complesso se analizzato attraverso la radice koinos (‘comune’), che si oppone radicalmente a ciò che è idios (‘particolare’). La koinonía non indica semplicemente un gruppo statico di persone, ma racchiude in sé tre dimensioni inscindibili: essa designa il fatto stesso di avere qualcosa in comune, l'oggetto specifico di questo possesso condiviso e, infine, l'insieme dei soggetti tra i quali esiste questo legame. In questo senso, verbi come koinonein sottolineano che la comunità è essenzialmente l'atto di partecipare a qualcosa o condividere qualcosa con qualcuno, rendendo la koinonía una realtà definita proprio dalla natura di ciò che viene condiviso dai suoi membri. Alcuni secoli più tardi anche i cristiani parleranno di koinonía, ma la tradurranno con un altro termine: comunione. Proprio quella della messa. Nella Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo parla del pane e del vino come mezzo di comunione con il corpo e il sangue di Cristo. Secondo la sua visione, è la partecipazione alla vita comunitaria della Chiesa, ovvero ai suoi riti, tra i quali la cena del Signore, a garantire la salvezza. Il fatto di mettere in comune qualcosa costituisce la comunità. La condivisione del pane e del vino rende in qualche modo somiglianti i membri della comunità, ed è proprio questa somiglianza (tra i credenti e con Cristo) a costituire la comunità. Cristo e i cristiani si assomigliano perché in essi, per così dire, scorre lo stesso sangue. Il dispositivo della comunione si articola su tre piani di partecipazione che scivolano dall'economia alla fisiologia. C'è anzitutto una solidarietà orizzontale, un sistema di welfare dove la condivisione delle risorse definisce i fedeli come classe, senza però garantire trascendenza. La salvezza richiede invece una mimesi verticale con il Cristo: per ottenerne l'immortalità, bisogna replicarne il sacrificio. �ui interviene la tecnologia rituale del pane e del vino, che segue un paradigma medico antico: l'assimilazione materiale dei sostituti permette di incorporare biologicamente le virtù del modello, istituendo per via metabolica quel legame necessario tra la comunità e il suo Dio. Nella tradizione antica, la condivisione si concretizza attraverso il symbolon, ovvero una tessera o un contrassegno che attesta l'affiliazione alla comunità, definendo chi è dentro e chi è fuori. È la condivisione del pane e del vino, e dunque del corpo e del sangue di Cristo, che fonda la comunità cristiana, intesa – talvolta metaforicamente, talvolta in modo più letterale – come un unico corpo, in cui scorre un unico sangue. L’idea dell’unico sangue condiviso dalla comunità si ritrova nelle teorie “biologiche” del nazionalismo, che hanno funestato la prima metà del Novecento. Ma se spogliamo queste concezioni della loro nefasta letteralità troviamo un’idea ricorrente, ovvero che non esiste comunità senza condivisione di qualche cosa, che rende simili tra loro i membri. Non è necessario che questa cosa condivisa sia materiale: può essere una lingua, un mito, un sogno. Se osservati dall’esterno, i cristiani non sono una comunità perché mangiano lo stesso pane e lo stesso vino, né perché in loro scorre un medesimo sangue, né perché questo sangue è quello di Cristo, né tantomeno perché assimilandolo conquistano la vita eterna: ma innanzitutto perché tutti fanno la stessa cosa e credono alla stessa cosa. 143

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