16 17 Sarebbe davvero tragico. Tutta la vita sarebbe uno scherzo ingiusto, una sfida assurda che può solo condurre alla disperazione – come sostenne il filosofo esistenzialista francese Albert Camus, per il quale l’unica questione filosofica veramente seria era il suicidio di fronte a tanta assurdità. Camus non si suicidò, pur non avendo mai cambiato opinione. Molti esseri umani tendono a colmare il vuoto lasciato dalla distorsione secondo cui la nostra separatezza dagli altri sia un dato di fatto cercando divertimento, comprando, viaggiando, prima che tutto finisca. Si prendono cura di sé allontanandosi dalla realtà fondativa del loro respiro, della loro natura fluida e dispensatrice di vita. Hanno imparato a prendere e non a dare, a rimuovere finché possono l’apparentemente inevitabile destino di svanire nel nulla. Ma se tutto è uno, come potremmo mai svanire? Se tutto è uno, una cosa è evidente: nessuno potrà mai caderne fuori – cadere dove, se tutto è uno? È chiaro che non possiamo ridurci al corpo singolo con cui ci identifichiamo. Non possiamo isolarci come una mera cosa nello spaziotempo. Ciò che siamo davvero non può essere ristretto a una quantità e una forma limitate di materia, perché deve essere qualcosa che trascende il tempo e lo spazio definiti, qualcosa di non materiale eppure esistente. Cosa può essere questa strana cosa? A ben guardare non è affatto strana, anzi, è la più ordinaria. Tutti la conosciamo. Tutti la possediamo. Tu ce l’hai. Io pure. Anche la mia cagnolina. �uesta cosa è l’esperienza, il sentire che ci siamo, la sensazione di esistere, quella dolce e sottile certezza che percepiamo e che è in realtà una forma di gratitudine lieve da qualche parte nel nostro centro. Una delicata riconoscenza per ciò che si riceve, e un desiderio vibrante di partecipare al processo che consente anche agli altri di ricevere. Ciò che siamo è l’esperienza dell’essere in quanto condivisione. E questo, naturalmente, non può morire, perché è esattamente ciò su cui si regge tutto lo spettacolo. Il vero sé, ci dicono le Upaniṣad, è innato e immortale, è antico e primordiale, e non può correre alcun pericolo, poiché è la vita stessa. Essere un oggetto individuale specifico non ha importanza e non è nemmeno ciò che siamo, poiché il nostro corpo, la nostra oggettualità, si disgrega continuamente. Ciò che non cambia, invece, è il desiderio di essere – e di offrire – vita. Essere un meccanismo che dà vita, che dà vita agli altri come funzione del darla a sé stessi, è l’unica realtà che conta. La cosa meravigliosa è che portiamo nel cuore l’essenza di ciò che realmente siamo. Certo, non sempre; talvolta dobbiamo cercarla, talvolta lo stress è tale da farcela dimenticare. Allora molte persone fanno una passeggiata nella natura per ricaricare le proprie batterie, emotive e metafisiche. Possono scendere verso un piccolo ruscello nella luce pomeridiana che brilla sulle piccole onde, che trema sotto il fogliame, l’aria piena di insetti come fiammelle di un invisibile fuoco. Possono lasciare che il loro cane si abbeveri a quell’acqua, con una gratitudine viscerale che non può essere espressa a parole ma che si coglie facilmente nella postura di un godimento esistenziale, di una soddisfazione profonda. Le persone stressate da un’eccessiva identificazione con i propri successi individuali sostano qui. Respirano all’unisono con il fogliame. Ricordano, in qualche regione remota del cuore, di essere anch’esse sorgente di vita, donatrici di vita. �uando tornano in un luogo accogliente e caro, con erba e fiori e alberi, potrebbero pensare che ciò che lenisce la loro sofferenza sia uscire. Ma in realtà stanno entrando, come scrisse lo scrittore naturalista John Muir. Non esiste un fuori, in nessun luogo. C’è solo un dentro. Esiste soltanto la parte interna della vita, e noi lo siamo, e lo sappiamo. Subito dopo la morte della mia cagnetta, accadde una cosa molto strana. Ero con lei quando ha smesso di respirare e il suo cuore ha cessato di battere, e le avevo chiuso a fatica gli occhi (occorsero diversi tentativi, perché le palpebre continuavano ad aprirsi). Presi con me due ciocche del suo pelo, un ricciolo dal petto bianco e un ciuffo dalla sua barba sempre impiastricciata. Le sfilai anche il collare con le perline che mia figlia le aveva portato dall’Africa anni prima. Poi uscii nella luce del mezzogiorno italiano, feci qualche passo sulla strada sterrata dove avevamo camminato tante volte, tra prati incolti con meli e una manciata di case. Le parlai, mi rivolsi a lei ad alta voce, e la voce mi si spezzò, tanto era l’amore che sentivo per lei. Le dissi che speravo di essermi comportato all’altezza della sua amicizia, di non averla mai delusa. C’erano macchie di carote selvatiche con infiorescenze bianche, gruppi di viperina carichi di fiori blu arricciati, e un solo tiglio solitario. E all’improvviso tutte queste cose cessarono di essere oggetti, e divennero soltanto il suo amore per me. Era strano, perché ovviamente tutto era rimasto com’era, ma allo stesso tempo tutto era fatto solo di amore, e non di un amore astratto, ma del suo amore per me. Tutto si era trasformato in lei nella forma del suo amore per me. E sembrava non esserci null’altro. Era insolito, ma anche intimamente familiare. �ualcosa che ti capita e pensi ma certo, è vero, me ne ero dimenticato… è così, certo, ora ricordo. Lo sapevo perché ne facevo parte. Ero esattamente quell’amore che era tutto, e che era l’amore della mia cagnolina per me. Non respirava più. Non avrebbe più bevuto l’acqua di quel piccolo ruscello. Ma non avrebbe mai smesso di essere sorgente della vita.
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