Respicio (e altre storie di sguardi)
Paradosso del rispetto: e se fosse la nostra domanda ossessiva di rispetto a causarne l’attuale scarsità?
Raffaele Alberto Ventura indaga per O13 il rispetto in filosofia, in antropologia… e nel rap.
di Raffaele Alberto Ventura
Filosofo di formazione, Raffaele Alberto Ventura (Milano, 1983, vive e lavora a Parigi) ha una lunga esperienza professionale nel marketing culturale. Il suo saggio Teoria della classe disagiata (ed. minimum fax, 2017) è stato caso editoriale e uno degli esordi più acclamati degli ultimi anni, seguito da La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale (ed. minimum fax, 2019); Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (ed. Einaudi, 2020), e La regola del gioco. Comunicare senza fare danni (ed. Einaudi, 2023). Ha scritto, tra gli altri, su Repubblica, Il Foglio, Rivista Studio, Tuttolibri, Esquire e sull’Harvard Business Review, oltre ad aver partecipato al lancio del sito Le Grand Continent assieme al Groupe d’Études Géopolitiques della École Normale Supérieure di Parigi. Attualmente scrive sul quotidiano Domani e sulla rivista francese Esprit. Il rapporto annuale 2021 del Censis ha fatto ampio uso delle sue teorie.
Non c’è più rispetto.
È la frase che borbottano gli anziani da più di un secolo, per commentare i tempi che cambiano. Eppure, a ben guardare, di rispetto non si è mai parlato così tanto: oggi la parola torna insistentemente nei pezzi rap, viene ripetuta in televisione, è al centro di campagne di sensibilizzazione. E se la società contemporanea fosse addirittura ossessionata dal rispetto? Il rispetto è, per così dire, la forma sedimentata dello sguardo degli altri. Associato al prefisso re-, il verbo specere (‘guardare’) indicava in latino ciò che viene considerato e riconsiderato dalla giusta distanza: in questo caso, il valore di una persona. Non stupisce, quindi, la centralità del rispetto in un’epoca in cui tutti, attraverso i social media, passiamo il tempo a giudicare ed essere giudicati, continuamente esposti agli sguardi.
L’ossessione per il rispetto è figlia della nostra dipendenza dai like.
È il coronamento di una lunga storia: nel Medioevo, il rispetto indicava la deferenza e l’onore dovuti a qualcuno di rango superiore, una logica feudale che sopravvive nelle retoriche mafiose sull’onore. In età moderna, con l’evoluzione delle idee di uguaglianza, il rispetto ha cominciato a essere inteso più ampiamente come riconoscimento del merito intrinseco di ogni individuo, mentre oggi viene visto come un principio universale che implica considerazione per le differenze culturali, estendendosi anche alla natura.
Rispettare è così diventata un’attività a tempo pieno: rispettare i colleghi, rispettare le sensibilità, rispettare le minoranze, rispettare l’ambiente… È un’attività che richiede competenze articolate, per non incorrere in tragiche gaffe e rischiare di mancare di rispetto a qualcuno o a qualcosa. D’altra parte, ciascuno di noi è perennemente occupato ad assicurarsi di essere rispettato a sua volta. Insomma, è come se l’intera esistenza fosse oramai concentrata non soltanto sul guardare e l’essere guardati, ma anche sul guardare in che modo gli altri ci guardano, e addirittura guardare in che modo gli altri guardano noi che li guardiamo. Questo vertiginoso gioco di specchi rischia davvero di farci perdere la testa; ma come ci siamo finiti dentro?
Le forme del rispetto
Limitiamoci alla storia recente. Nel 1965, il cantante soul americano Otis Redding pubblicava il singolo Respect, nel quale un uomo chiede rispetto alla propria compagna. Tuttavia il pezzo raggiunge il successo nazionale e internazionale solo due anni dopo, con la cover cantata da Aretha Franklin, che ne modernizza il significato. Innanzitutto è una donna a chiedere rispetto al suo uomo, dando così alla canzone i tratti di un inno femminista. La temperie culturale spinge verso una lettura politica e Respect diventa un pezzo sui diritti civili, quelli dei neri in lotta contro il razzismo. In effetti, nell’America degli anni ‘60 il problema non sono più le leggi, che sulla carta trattano oramai tutti i cittadini nello stesso modo, bensì le discriminazioni di fatto, come i bianchi del Sud che non accettano bambini coloured nelle loro scuole. Il problema, insomma, è proprio la mancanza di rispetto: rispetto della legge federale, rispetto delle persone.
Ma i tempi cambiano. Decenni più tardi, Notorious B.I.G. firma la sua Respect, nella q uale descrive le difficoltà di crescere nell’ambiente ostile del ghetto e la necessità di guadagnarsi, appunto, il rispetto dei pari. Nulla a che vedere col rispetto della legge federale, qui: Biggie evoca le logiche di status all’interno della scena rap, un insieme di norme di sopravvivenza fondate su valori come l’autenticità, la lealtà, la perseveranza, la forza di carattere. In generale, i rapper non chiedono rispetto per la loro comunità bensì lottano tra loro, all’interno della comunità, per accumulare prestigio. È il sintomo di una delusione rispetto agli ideali degli anni Sessanta: se non posso essere accettato dall’intera società, allora mi accontenterò di regnare nella mia cerchia ristretta.
Così si torna in un certo senso alla concezione feudale del rispetto, inteso come segnale di un rango. Lo si evince, ascoltando le canzoni, da certe espressioni ricorrenti, dai toni cavallereschi: bow down (‘inchinati’), pay homage (‘mostra ammirazione’), watch the throne (‘osserva il trono’)… Essere rispettati nel rap significa scalare la piramide sociale, diventare il king o il boss, e dal pinnacolo esercitare il proprio potere su tutti gli altri. Una forma di riscatto per chi viene dal ghetto, ma anche per tutti quei ragazzi della classe media che, in questo storytelling un po’ mafioso, riconoscono l’espressione metaforizzata della propria esperienza. L’adolescenza assomiglia a un ghetto, dove vigono regole brutali e la reputazione è il bene più prezioso.
Certo, capita – e capita spesso – che la logica del rispetto sfugga di mano. Per una mancanza di rispetto davanti a una discoteca, ogni tanto parte una coltellata. Nel 1994 fu un colpo di pistola a uccidere Notorious B.I.G. – di dissing in dissing, le vanterie che aveva accumulato per acquisire prestigio all’interno della sua fazione avevano spazientito la fazione rivale. L’uomo che gli ha sparato, armandosi di coraggio e prendendosi la responsabilità del crimine, si è sicuramente fatto una nomea tra i suoi.
Talvolta per il rispetto si uccide, talvolta si muore.
A cosa serve il rispetto?
Una lotta a morte per il puro prestigio: questa è la dinamica essenziale della società secondo uno dei più importanti interpreti della filosofia di Hegel, ovvero il russo francese Alexandre Kojève, maestro dei più grandi intellettuali francesi del Novecento. Quando due individui si incontrano, ciascuno desidera essere riconosciuto dall’altro come essere autonomo e libero. Questa ricerca di riconoscimento porta a un confronto in cui ciascuno rischia la propria vita – materialmente o simbolicamente – per dimostrare la propria superiorità. Il risultato di questa lotta è la sottomissione di uno dei contendenti, che diventa il servo, mentre l’altro diventa il padrone.
We call it master and servant, cantavano i Depeche Mode con qualche ammiccamento sadomasochista.
Il desiderio di essere rispettati può suonare come un lusso, un bisogno artificiale, persino una follia: in fondo, direbbe qualcuno, il rispetto mica si mangia. I moralisti dell’età barocca denunciavano l’assurdità della corsa agli onori, alla gloria, alla soddisfazione dell’amor proprio. E invece col rispetto, appunto, si mangia. La peculiarità delle società umane consiste precisamente nel dotarsi di funzioni simboliche per realizzare fini materiali. Il lusso lubrifica i legami, i bisogni artificiali servono a soddisfare i bisogni materiali, la società è una folie à deux, à trois, à dix, à mille. Lo aveva capito il grande storico Ibn Khaldun, osservando le dinamiche alla corte dei califfi medievali, dove ogni investimento in prestigio si traduceva materialmente in potere. Il rispetto dovuto a ognuno era un elemento essenziale per garantire la asabiyya, ovvero la solidarietà del gruppo.
È per questo che il rispetto è tanto importante ai margini della società borghese, nei bassifondi, là dove sopravvivono le logiche dell’orda primitiva: questo sentimento ancestrale permette di far funzionare una micro-società all’interno di un’altra società, fornendo un incentivo reputazionale all’osservanza delle norme del gruppo. In effetti, la rigorosa conformità all’ordine comunitario è vitale per permettere al gruppo di restare solidale e coeso a fronte della minaccia costituita da altri gruppi, che si tratti di bande rivali oppure dei tutori dell’ordine dominante.
Ma non è più solo questione di bassifondi. Oggi il mondo intero assomiglia sempre di più a queste micro-società fondate sulle logiche pre-moderne del prestigio, dissing inclusi. Su Instagram o TikTok posso dimostrare il mio valore senza mediazioni, facendo dono delle mie creazioni proprio come facevano i nativi col rito del potlatch, alla base della teorizzazione della cultura del dono. Questo rituale tradizionale delle tribù dell’America del Nord, descritto dagli antropologi un secolo fa, consisteva nello scambio e nella distruzione di beni per affermare il proprio status all’interno della comunità.
In modo simile oggi, il potlatch social permette di ottenere rispetto e quindi fare amicizia, incontrare l’amore, trovare uno sponsor, un cliente oppure un lavoro. In generale, la ricerca di approvazione attraverso le metriche dei social media – like, condivisioni, engagement: le forme del rispetto digitale – costituisce un’alternativa ai più classici indicatori socio-economici del valore della persona, come reddito, patrimonio e titolo di studio. I like sono una valuta parallela capace di generare un nuovo ordine di valori.
In questo modo, la disintermediazione social rimescola le carte e scuote le vecchie gerarchie. Oggi le star della musica, della letteratura, della politica vengono dal web e appena possono monetizzano nel mondo reale il rispetto ottenuto in quello virtuale. Il problema è che una società in cui tutti hanno eguali opportunità è anche una società in cui tutti sono perennemente in concorrenza.
Una disperata corsa per il rispetto: un sogno che assomiglia molto a un incubo, un paradiso vicinissimo all’inferno. Agli sconfitti tocca il rovescio del rispetto, ovvero l’umiliazione.
Il paradosso del rispetto
Malgrado tutte le buone intenzioni, ottenere rispetto è sempre più difficile, perché bisogna sgomitare in mezzo alla folla indistinta. Malgrado tutte le attenzioni, è sempre più difficile anche evitare di mancare di rispetto a qualcuno. Peggio: più ci agitiamo per farci notare, lasciando ovunque le nostre tracce digitali, più rischiamo di offendere qualcuno. A forza di guardare in che modo gli altri guardano noi che li guardiamo potremmo perdere di vista l’essenziale. Così l’ossessione per il rispetto rischia di fomentare il sentimento diffuso di non essere all’altezza. Sigmund Freud sapeva che il desiderio di soddisfare le aspettative altrui, interiorizzate come ideali, può portare alla nevrosi.
Contro ogni visione individualista, i promotori della Diversity & Inclusion difendono invece una cultura del rispetto generalizzato, rivolta al riconoscimento della dignità umana e al trattamento equo delle minoranze culturali, di genere, di orientamento sessuale e di background sociale. Dietro alle buone intenzioni c’è anche un’esigenza molto pragmatica: gestire le tensioni che emergono da una realtà multiculturale, dove la frammentazione comunitaria rischia continuamente di tradursi in conflitto, come quando i dissing dei rapper portano a un’escalation mortale. Quello che alcuni chiamano il politicamente corretto non è altro che l’etica comunicativa di una collettività che vuole evitare la guerra civile. È difficile convivere, se non c’è rispetto.
In un simile contesto, la capacità di interagire rispettosamente con gli altri richiede la padronanza delle differenze culturali e una certa precauzione linguistica per evitare stereotipi, pregiudizi e termini offensivi. Il tema si lega a quello dell’orgoglio (pride) della differenza di ognuno, intersezione tra unicità e appartenenza. Il tema è centrale anche all’interno delle aziende. Negli ultimi anni chi si occupa di management e di risorse umane ha notato, in effetti, che le nuove generazioni cercano soddisfazioni simboliche accanto a quelle economiche: oltre allo stipendio, appunto, anche il rispetto. Essere ascoltati e valorizzati è fondamentale per il benessere e la motivazione dei dipendenti. Una cultura del rispetto si sta diffondendo, capace di includere donne e uomini e persone non-binarie, individui di tutte le età, etnie, orientamenti sessuali, identità di genere, abilità fisiche e mentali, credenze religiose, background socio-economici e lingue, e poi flora e fauna, entità geologiche, oggetti tecnici, forse un giorno anche le intelligenze artificiali.
In pratica, una scala di valori in cui tutto ha esattamente lo stesso valore.
Questa sfida fa riemergere tutti i paradossi del concetto di rispetto. Possiamo parlare ancora di ‘scala’ di valori se questa scala è orizzontale, come il tapis roulant degli aeroporti? Siamo davvero capaci di apprezzare in eguale misura ogni persona e ogni cosa, dal più umile degli esseri umani alla più esotica delle specie ittiche? Oppure, al contrario, dietro alle nostre belle parole la logica del rispetto resta verticalissima e siamo condannati a una competizione sempre più agguerrita, per accaparrarci q uella risorsa scarsa che è lo sguardo degli altri? La stratificazione di significati tanto diversi non può che generare un’infinità di contraddizioni, nelle quali siamo immersi fino al collo.
Come canta Marracash, Oggi come oggi tutto è inclusivo a parte i posti esclusivi. Il rispetto oscilla tra una vocazione gerarchica e un’aspirazione egualitaria, tra l’essere il principio ordinatore della piramide sociale oppure la grande forza livellatrice di una comunità di pari. Per questo, forse, quella per il rispetto non può essere altro che un’ossessione, una specie di malattia, un bisogno profondo ma impossibile da soddisfare, un pozzo senza fondo.
Sisifo, Prometeo, Tantalo sono le figure mitologiche di questo supplizio ricorsivo che Freud chiamava nevrosi. Ma se fosse proprio la nostra domanda ossessiva di rispetto a provocare la sua scarsità generalizzata? L’umiliazione non esiste in natura: è il residuo del tentativo umano di assegnare un valore a tutto. Se così fosse, allora forse il solo modo di liberarci dalle catene del rispetto sarebbe semplicemente di rinunciare ad appiccicare un valore alle cose. Solo a quel punto, liberati dall’onere di classificare, soppesare e giudicare, gli sguardi cesserebbero di essere strumenti di controllo e sorgenti di nevrosi, per diventare i quieti testimoni della varietà del mondo.
