A imitar le piante. Conversazione con Stefano Mancuso
L’uomo e l’etica delle piante: evoluzione e sopravvivenza indissolubilmente legate al rispetto dell’ambiente circostante e a un utilitarismo che utilitarismo non è. La diversa idea di evoluzione con lo scienziato Stefano Mancuso.
di Leonardo Merlini
Era un giorno d’estate a Firenze. Faceva decisamente caldo, e intorno all’ora di pranzo non c’erano molti turisti per le strade del centro. Nel cortile di Palazzo Strozzi c’era silenzio: il grande scivolo opera dell’artista tedesco Carsten Höller aveva qualcosa di anomalo in quello spazio, ma era accattivante, quasi irresistibile. Ci sono salito, un po’ perché era il rito che tutti dovevano fare in quei giorni nel fatidico sistema del contemporaneo, un po’ perché mi faceva sottilmente paura. La cosa più strana, però, non era il fatto di potersi infilare in un tubo trasparente per scendere in velocità da uno dei più antichi palazzi fiorentini. La cosa più strana era che, in quel silenzio torrido e irreale, prima di lanciarmi nella discesa un inserviente apparso da chissà dove mi aveva consegnato una piantina di fagiolo da tenere in mano. Perché dentro la struttura di Höller quel piccolo essere vegetale avrebbe percepito il mio stato di euforia o di preoccupazione durante la scivolata e, in qualche modo, questa reazione della mia psiche avrebbe influenzato lo sviluppo successivo della pianta. Era il 2018 e questo è stato il mio primo incontro, indiretto, con Stefano Mancuso, il botanico che aveva dato vita insieme all’artista a The Florence Experiment, progetto che univa una mastodontica opera contemporanea a ricerche sulla neurobiologia vegetale. Dopo la discesa, infatti, la piantina veniva consegnata a un team di scienziati che ne analizzava i parametri fotosintetici e le molecole emesse come reazione alla discesa, confrontando i risultati con quelli di altre piante di fagiolo che erano state fatte scendere da sole, e di altre ancora che, invece, non avevano neppure affrontato la discesa.
Da quell’evento, che ha avuto grande eco mediatica, Mancuso è divenuto sempre più noto al grande pubblico e nel 2019, in occasione della XXII Triennale Internazionale, lo scienziato ha portato a Milano il suo progetto La Nazione delle Piante, con l’allestimento di un vero e proprio parlamento per le specie vegetali. Nel giorno dell’opening di Broken Nature, questo era il nome del progetto curato da Paola Antonelli per la Triennale, ho parlato per la prima volta con Mancuso, che già era una star nell’ambiente. «Esiste una realtà su questo pianeta – mi disse in quell’occasione – che noi non conosciamo e che rappresenta l’interezza della vita, perché noi animali, non gli uomini, ma noi e gli animali, tutti insieme, rappresentiamo lo 0,03% in massa di tutto quello che è vivo. Le piante da sole rappresentano l’85%».
Concetto chiarissimo, che è stato anche il punto da cui siamo ripartiti quando, in un mondo che sperimentava l’uscita dalla pandemia globale, ci siamo di nuovo trovati a parlare, questa volta, in ossequio ai tempi che stavamo vivendo, con la mediazione di una videoconferenza su Zoom. Io in piedi davanti al portatile alla stazione di Venezia Mestre, lui seduto con alle spalle una parete bianca – in un laboratorio, mi immaginavo, oppure in un dipartimento d’università. E tra le tante altre cose sulle quali ho provato a indirizzare la conversazione, tra un annuncio di Trenitalia e uno sgancio della connessione, ci siamo trovati inevitabilmente a parlare di etica, che quando si pensa alla botanica non è esattamente il primo concetto che viene alla mente. Invece forse dovrebbe.
«É chiaro – mi ha detto – che è difficile applicare delle categorie etiche al mondo naturale, che normalmente se ne frega altamente di tutto ciò che noi intendiamo con la parola “etica”. Però, se vogliamo ricondurci entro queste categorie, ci sono aspetti di ciò che a noi uomini interessa, in materia di etica, che nelle piante sono presenti al massimo. Il primo è il rispetto dell’ambiente, che per noi sta diventando una questione cruciale, perché ne va della nostra sopravvivenza. Le piante, proprio per la loro evoluzione, proprio perché non si possono spostare da dove sono nate, hanno quello che noi chiameremmo un rispetto assoluto dell’ambiente. Una pianta non rovinerà mai l’ambiente all’interno del quale vive, perché non può spostarsi e non potrà andare a trovarsi un altro ambiente; così come non consumerà mai più risorse di quanto le potrà fornire quello stesso ambiente. Ecco, queste sono già due grandi caratteristiche che se noi uomini riuscissimo in qualche modo a fare nostre, avremmo fatto un grande passo avanti dal punto di vista dell’evoluzione etica. E poi c’è il valore assoluto che per le piante ha la comunità degli altri esseri viventi, con la quale condividono quello stesso ambiente del quale sono rispettose».
Nel rileggere adesso queste parole, in una stanza d’albergo, mentre nel mondo fuori si parla del ritorno della guerra in Europa e di una nuova crisi che sembra avere preso il posto di quella della pandemia, avverto un senso di straniamento: parlare di “evoluzione etica” sembra impossibile. Se applico i due termini alla storia della Rivoluzione Industriale – l’evento chiave degli ultimi trecento anni di storia umana – o anche solo, riducendo il campo, alla diffusione capillare della tecnologia in ogni azione della nostra vita, guidata dai colossi dell’informatica globale, mi sembra che siano del tutto inconciliabili. Ma è probabile che in questo momento io stia pensando all’idea di evoluzione in termini limitati, autoreferenziali, inutilmente antropocentrici. 8 «Le piante – mi ha spiegato Mancuso – hanno avuto un’evoluzione molto differente, che risponde in un certo senso a dei principi diversi rispetto a quelli degli animali. La simbiosi, il vivere insieme, la comunità o – come a me piace chiamarla in onore di Kropotkin (Pëtr A. Kropotkin, filosofo e naturalista anarchico russo vissuto tra il 1842 e il 1921, NdR) – il mutuo appoggio, è presente in sommo grado nel mondo vegetale, tanto che in un bosco le piante, che sono tutte unite sottoterra attraverso le radici, mantengono in vita anche i ceppi: il che significa che una pianta tagliata viene mantenuta in vita dalle piante vicine. Perché lo fanno? Non si possono usare categorie etiche, non lo fanno perché sono buone: la pianta mantiene in vita il ceppo perché per lei è conveniente. Con quella pianta che ora è un ceppo, le piante vicine hanno convissuto magari per duecento anni. Ora che quella pianta è stata tagliata, se la lasciano morire, chi verrà al suo posto? Un cattivo vicino per una pianta può provocare problemi molto superiori rispetto a quelli che possono capitare a noi in un condominio».
Il punto forte è la diversità dell’idea di evoluzione, la prospettiva in cui ci si pone. Come se stessimo parlando di profezie che si autoavverano, oppure di codici di pensiero tra loro alieni. Ecco, magari per colpa anche di una inveterata passione per la fantascienza (una passione piena di rispetto e di consapevolezza del modo in cui un sottogenere della cultura moderna ha saputo dire cose che in un certo periodo storico non si potevano dire, se non in quel modo), ho la sensazione che quando provo a confrontare i due universi, quello umano o animale e quello vegetale, l’esito sia spesso una conversazione tra esseri di mondi diversi, ciascuno fondamentalmente alieno all’altro. Il che si traduce quasi sempre in incomunicabilità, se siamo abbastanza fortunati, oppure, se non lo siamo, in fraintendimenti che possono avere effetti devastanti. Ma se ora sto scrivendo queste parole, lo sto facendo per cercare di ribaltarla questa dannata prospettiva, da cui non posso non partire essendo – come Mancuso – un umano che, in quanto tale, sono anche libero di mettere in discussione. In certi momenti, grazie al cielo, pure con forza.
«Quei comportamenti che noi chiamiamo utilitaristici – ha aggiunto il professore – sono tutto fuorché utilitaristici, al contrario. La questione è la prospettiva che si ha: se qualcuno ha la prospettiva del singolo individuo, può essere che alcuni comportamenti abbiano un valore utilitaristico molto forte, ma se hai la prospettiva della specie, nel nostro caso diremmo dell’umanità, allora i comportamenti utili sono sempre gli stessi e sono senza alcun dubbio quelli che mettono in pratica le piante». Ok. Le piante hanno capito tutto, mi sussurra a questo punto il vecchio (e talvolta pericolosissimo) senso comune, ma, caro il mio scienziato, non possiamo mettere sullo stesso piano, per così dire, intellettivo gli umani e le piante. O forse sì…
«La neurobiologia nelle piante – ha replicato Mancuso – studia le capacità cognitive delle piante, q uindi applica loro tutta una serie di pratiche scientifiche che finora non erano state usate. Nessuno si era mai domandato se le piante imparano, hanno memoria, comunicano, sono in grado, e fino a che punto, di percepire l’ambiente… La neurobiologia vegetale non è altro che una disciplina scientifica che guarda alle piante come esseri cognitivi. E quando si comincia ad adottare questo punto di vista, gli scenari cambiano completamente. Si vede il mondo da una prospettiva davvero diversa». In qualche modo siamo tornati alla pianta di fagiolo di Firenze, che mentre si scapicollava con me dentro una specie di giostra dell’arte contemporanea, a suo modo pensava, si emozionava, somatizzava, condivideva. Mi vengono in mente concetti che passano dall’intelligenza emotiva dei bestsellers di Daniel Goleman e arrivano fino ai complessi ragionamenti filosofici di Donna Haraway sull’ibridazione, passando pure per qualche suggestione del transumanesimo. Ma probabilmente il punto chiave è proprio la parola “intelligenza” e i modi in cui noi decidiamo di intenderla (o di non intenderla, o ancora di sintetizzarla).
«Se noi diciamo che l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, come io penso che si debba definirla – ha concluso Stefano Mancuso – è chiaro che l’intelligenza è proprio una capacità della vita, come la riproduzione. Come non è possibile immaginare una vita che non si riproduce, nello stesso modo non è possibile immaginare una vita che non sia intelligente. Che poi i gradi e le differenze nelle intelligenze esistano è evidente, ma è un’altra storia. Il minimo comune denominatore che ci accomuna tutti è che siamo intelligenti». Ecco (forse) cosa univa me e la piantina; ecco (forse) il terreno comune sul quale costruire un dialogo con gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. E, quando pensiamo alle piante, il concetto di vicinanza è evidente. Ed è probabile che una delle sfide del nostro tempo sia quello di trasformarlo in una idea più consapevole di prossimità.
