12 13 Il trono vuoto E nella vita quotidiana? «Mi faccia parlare con la responsabile». In caso di disservizio, quando la persona che abbiamo di fronte sembra incapace di prendere la decisione corretta, viene spontaneo tentare di risalire la catena gerarchica per interagire con qualcuno che abbia maggiore competenza e maggiore potere. Ma anche qui la responsabilità è una merce rara, sempre più rara. Lo sapeva bene Ugo Fantozzi. Per citare il suo creatore e interprete, Paolo Villaggio, il ragioniere «sa che vive in una società che non lo difenderà mai abbastanza, una società in cui avere paura, una società […] dove il padrone non ha nemmeno un’identità precisa, non è una persona fisica». In effetti, «Fantozzi vive in una dimensione piramidale e al vertice della piramide, forse, non c’è nessuno. Il Megadirettore Galattico esiste oppure no? Forse è pura invenzione». Tre decenni più tardi il regista danese Lars von Trier ha esplorato, in chiave satirica e grottesca, il tema della responsabilità nel film Il grande capo. La trama segue il proprietario di un’azienda informatica danese che finge di essere solo un dipendente, inventandosi la figura di un superiore invisibile a cui attribuisce tutte le decisioni difficili. Abbiamo bisogno dei responsabili per risolvere i problemi, ma anche per catalizzare il malessere e la frustrazione. Immaginiamo un fiume inquinato dagli scarichi industriali. Gli effetti sulla salute della popolazione circostante sono devastanti: contaminazione dell’acqua potabile, aumento di malattie dermatologiche, bioaccumulo di sostanze tossiche nella catena alimentare, incidenza sul tasso di tumori. Chi è il colpevole? Il CEO, gli azionisti, l’ingegnere che ha progettato l’impianto, l’operaio che ha premuto il pulsante, il legislatore che ha chiuso un occhio sulle norme ambientali? Chi pagherà per le vittime? Non si tratta solo di risarcimento economico, ma anche di soddisfare una domanda di giustizia. Ora immaginiamo un aeroporto. Un volo è stato cancellato. I passeggeri, esasperati, cercano qualcuno che prenda in mano la situazione: l’impiegato al check-in dice che è colpa della compagnia, la compagnia dice che è colpa dell’aeroporto, l’aeroporto dice che è colpa dell’ente del traffico aereo. La sensazione è quella di parlare con un muro. Peggio, di stare dentro un aereo senza pilota. Perché è così che funzionano le organizzazioni complesse: distribuiscono la responsabilità in maniera così diffusa che alla fine nessuno sembra davvero responsabile. L’aereo senza pilota è la metafora perfetta di un mondo fuori sesto: mentre i complottisti coltivano l’immaginario – in fondo rassicurante – di un grande vecchio che tutto controlla, tutti gli altri rabbrividiscono all’idea che nessuno controlli nulla. E se il trono del potere fosse vuoto? L’antropologia insegna che le società tradizionali funzionano attraverso strutture di potere molto semplici e dirette, mentre la modernità ha creato un’architettura di governance fatta di istituzioni, procedure e deleghe. Ogni decisione è frammentata tra più livelli, ognuno con il suo pezzetto di responsabilità. Le nostre democrazie funzionano un po’ come l’aeroporto di cui sopra, per scaricabarile: esistono dei rappresentanti eletti, ma il grosso del potere è distribuito all’interno della macchina amministrativa e dipende dalle contrazioni del mercato globale. Non esiste nessun capotribù, nessun signore feudale, nessun monarca assoluto in grado di sbloccare una situazione a fronte di un tribunale amministrativo, di un’alta corte o di un attacco speculativo sul debito sovrano. La gabbia d’acciaio Un secolo fa, il sociologo Max Weber parlava di gabbia d’acciaio della razionalizzazione burocratica: tutto è organizzato, regolamentato, suddiviso in competenze, ma questo sistema, proprio mentre garantisce efficienza e prevedibilità, genera anche un effetto collaterale inquietante. La responsabilità si sbriciola. Nessuno ha il potere di cambiare le cose da solo, e quindi nessuno sembra rispondere davvero delle conseguenze. La frustrazione sale. «Mi faccia parlare con la responsabile» urliamo in aeroporto, alla cassa del supermercato, in banca, e soprattutto nelle urne quando andiamo a votare. La speranza è di trovare qualcuno in grado di prendersi la responsabilità quando tutto va a rotoli. Volare su un aereo senza pilota, in effetti, non è un’esperienza rassicurante, anche se qualcuno dirà che è comunque meglio affidarsi al pilota automatico che a un pilota matto, depresso o ubriaco. Nel Novecento, la domanda di “uomini forti” – capaci di prendersi le responsabilità – ha portato al potere dei tiranni come Benito Mussolini e Adolf Hitler, che promettevano di prendere in mano lo Stato, la società e l’economia. Il primo risultato fu la persecuzione degli oppositori politici, di cui appunto il Duce si prese la «responsabilità politica, morale e storica», per citare il suo famoso discorso del 3 gennaio 1925 sull’omicidio di Giacomo Matteotti. In tempi più recenti, il successo di leader carismatici che si presentano anch’essi come uomini forti è una reazione alla diffusa sensazione che nessuno sia più responsabile di nulla. La nostalgia per modelli di governo più verticali risponde alla percezione che la democrazia contemporanea sia un eterno scaricabarile. Ma il sistema totalitario non avrebbe potuto funzionare se accanto a un pugno di responsabili non ci fossero stati migliaia di irresponsabili: il più noto è Adolf Eichmann, il burocrate nazista che Hannah Arendt ha descritto come il simbolo della banalità del male. Secondo la sua difesa al processo di Gerusalemme, Eichmann non era un mostro sadico, bensì un funzionario che applicava procedure, timbrava carte, firmava ordini. Non si sentiva responsabile dello sterminio degli ebrei perché lui eseguiva solo il suo “dovere”: far arrivare i treni della morte in orario. �uesto è il lato più oscuro delle società complesse: possono creare sistemi in cui tutti sono solo ingranaggi e nessuno si sente moralmente chiamato in causa. Lewis Mumford li chiamava gli Eichmann e li vedeva all’opera ovunque, anche nelle società democratiche. Ma ricordiamoci che i crimini di Eichmann non sono un disservizio della rete ferroviaria tedesca: se qualche “utente” particolarmente infuriato avesse osato chiedergli di parlare con il responsabile, il solerte funzionario avrebbe dovuto fare nomi e cognomi dei gerarchi del partito nazionalsocialista, a partire da Hitler. Contro la deresponsabilizzazione Cosa succede quando ci si scontra con il muro di gomma dell’irresponsabilità? Nel romanzo Michael Kohlhaas, lo scrittore romantico Heinrich von Kleist racconta la storia di un commerciante di cavalli che subisce gli effetti dell’ingiustizia sistemica del regime feudale e scatena una rivolta contro l’ordine costituito. Il suo viaggio lo porta a confrontarsi con livelli sempre più alti del potere: dapprima i tribunali della regione asserviti al dominio aristocratico, poi il governatore ugualmente corrotto, fino al principe elettore di Sassonia e all'imperatore del Sacro Romano Impero. Kohlhaas semina distruzione in tutto il paese: questo è quel che succede quando la responsabilità si eclissa.
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