82 83 Tra la fine degli anni Duemila e i primi anni Dieci sono dunque emerse numerose iniziative per rispondere a queste crisi interconnesse: le reti di couchsurfing, per offrire ospitalità gratuita; i gruppi di agricoltura urbana e il food swap, per riorganizzare i sistemi alimentari locali; le oggettoteche e i makerspace, per garantire accesso pubblico alle attrezzature; le banche del tempo, per creare circuiti alternativi di scambio basati sulle competenze anziché sul denaro. Tutti progetti animati da un intreccio di impegno morale e necessità pratica, che miravano a ricostruire la connessione sociale, a rivitalizzare i beni comuni e a rispondere alle sfide ambientali, sfruttando al contempo nuovi strumenti digitali per coordinare attività oltre i confini del quartiere. I primi anni Dieci, così, sono stati pervasi da un diffuso ottimismo. Libri come Il consumo collaborativo di Rachel Botsman e Roo Rogers celebravano la condivisione come nuovo paradigma economico, in grado di ripristinare fiducia sociale e responsabilità ambientale. Attivisti e imprenditori promuovevano idee di consumo collaborativo, fiducia peer-to-peer e stili di vita sostenibili. Sembrava possibile aggirare lo Stato burocratico e la distanza delle multinazionali, consentendo alla gente comune di riappropriarsi del controllo delle proprie sfere economiche e sociali. Il food swap continuava a favorire la convivialità; gli spazi di coworking promettevano sinergie creative; il carsharing riduceva lo spreco legato al possesso di un’auto. Le nuove tecnologie sembravano finalmente essere in grado di realizzare, nelle società moderne, ideali comunitari antichi. Tuttavia, questo ottimismo ha progressivamente ceduto il passo al cinismo. Il rinascimento spirituale e sociale agognato da molti non si è concretizzato. A posteriori, l’Economia della Condivisione appare come un tentativo di affrontare i numerosi mali che hanno condotto all’attuale condizione di polarizzazione politica, crisi ecologica e sfiducia istituzionale. Sebbene ambisse a rigenerare la società, a rinvigorire i beni comuni e a costruire un 'noi' collettivo nelle fratture di un sistema svuotato, le sole buone intenzioni non sono bastate a contrastare correnti politiche ed economiche più dirompenti. Si sta riaffermando un ordine sociale sempre più reazionario, palpabile nei movimenti anti-immigrazione, nel riarmo militare, nell’autoritarismo politico. Per comprendere come l’Economia della Condivisione possa tornare a progredire è necessario innanzitutto interrogarsi sulle strategie adottate, e sui motivi del loro fallimento. Fin dall’inizio, la Sharing Economy ha in larga misura rifiutato la politica istituzionale. A differenza dei movimenti sociali che hanno sempre avanzato rivendicazioni nei confronti dello Stato, le iniziative di sharing davano già per scontata l’inazione statale, partendo dal presupposto che gli individui avrebbero dovuto agire autonomamente, tendendo così a eludere al proprio interno le questioni politiche. I problemi relativi alla distribuzione e al potere restavano in sospeso. Elemento centrale era il volontarismo: i partecipanti potevano scegliere di barattare cibo, condividere strumenti o scambiare competenze, ma non erano obbligati a farlo. Ciò poteva sembrare allettante in un momento in cui la politica istituzionale appariva paralizzata e alienante; tuttavia, da solo, il volontarismo non poteva mantenere le promesse di connessione, genuinità, sostenibilità e reciprocità. I limiti delle iniziative di condivisione non-profit sono emersi con chiarezza nel tempo. Seppur animate da reciprocità e da impegno morale verso la comunità, esse risultavano strutturalmente fragili. Come dimostra la nostra analisi sui makerspace¹, ambienti formalmente egualitari spesso non riescono a risolvere le sottostanti tensioni organizzative e di classe che plasmano la partecipazione. In Industry, un grande makerspace non-profit negli Stati Uniti, l’assenza di gerarchie formali non ha eliminato le disuguaglianze sociali; ha piuttosto creato nuovi spazi di competizione informale per lo status, favorendo chi disponeva di abbondante capitale culturale e tempo libero. Anziché incanalare le energie verso obiettivi materiali condivisi, i partecipanti di alto rango si dedicavano a ciò che abbiamo definito disconoscimento materiale e validazione culturale, valorizzando produzioni poco accessibili e poco praticabili come segni distintivi, pratiche che ricreavano confini di classe e lasciavano molti membri in una condizione di alienazione e marginalità. Oltre alla problematicità delle dinamiche sociali interne, le organizzazioni non-profit hanno anche dovuto affrontare limiti materiali stringenti. La maggior parte di esse faceva affidamento su un precario mix di donazioni filantropiche, lavoro volontario e modeste quote associative. La loro sopravvivenza era legata alla disponibilità dei partecipanti a donare continuativamente tempo e risorse. Il volontarismo era necessario, ma non sufficiente a sostenere infrastrutture complesse. Una volta calato l’entusiasmo o le energie dei principali volontari, molte organizzazioni hanno dovuto chiudere i battenti. Nello studio succitato, tutte e tre le organizzazioni di condivisione non-profit osservate sono collassate o si sono istituzionalizzate in forme convenzionali nel giro di un quinquennio. La dipendenza dalla sola buona volontà le rendeva vulnerabili alle circostanze personali e ai più ampi trend economici; l’assenza di flussi di entrate stabili o di un sostegno pubblico ha implicato che anche progetti popolari e apprezzati siano rapidamente svaniti, con la fuoriuscita di alcune figure chiave. Per contro, le piattaforme for-profit si sono dimostrate più resilienti. La loro tenuta non è derivata da una maggiore abilità nel costruire comunità, bensì dalla possibilità di attrarre capitali di rischio, di crescere rapidamente e di sostituire il lavoro volontario con quello retribuito. Piattaforme come Airbnb e Uber non si basano sul volontarismo per fornire i loro servizi, ma sul lavoro remunerato e su tecnologie capaci di automatizzare le principali attività di coordinamento. Nei primi anni, molte di loro sono riuscite a offrire prezzi sottocosto per conquistare rapidamente il mercato, sovvenzionando sia i consumatori che i lavoratori – sussidi che non riflettevano una particolare efficienza nei costi di transazione, bensì le ingenti quantità di capitale che riuscivano a mobilitare per sottoquotare i concorrenti e consolidare il proprio dominio. Un sostegno che ha consentito loro di operare anche in temporanea assenza di redditività. Uber, ad esempio, ha registrato un solo trimestre in utile dopo anni di ingenti perdite, confidando sulla fiducia degli investitori e su ambizioni monopolistiche per andare avanti. ¹ Lo studio è stato condotto dal gruppo di ricerca Connected Consumption and Connected Economy del Boston College, la cui ricercatrice principale è stata Juliet B. Schor @ www.bc.edu/bc-web/schools/morrissey/ departments/sociology/connected.html
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