Ossigeno #13

84 85 Una contrapposizione illuminante. Le piattaforme for-profit possono resistere alle crisi e crescere perché attingono ai mercati del capitale e progettano modelli basati su flussi di entrate stabili, mentre le organizzazioni non-profit non possono fare altro che affidarsi a fragili reti di volontariato e filantropia. Tale disparità comporta implicazioni strategiche rilevanti. Le piattaforme cooperative e altri modelli alternativi non riescono a replicare il modello del venture capital, ma possono mettere in comune risorse, federarsi tra loro e costruire partnership durature con Stati e amministrazioni locali. In assenza di infrastrutture condivise e di quadri giuridici e finanziari di supporto, anche le piattaforme cooperative più innovative faticheranno a competere con imprese ben capitalizzate. Ciò suggerisce la necessità di una strategia duplice: condivisione orizzontale di risorse tra attori cooperativi e collaborazione verticale con le istituzioni pubbliche per garantire sostegno normativo, finanziario e infrastrutturale. La nostra ricerca sulle piattaforme di Gig Economy chiarisce inoltre perché i modelli for-profit esercitino una presa così forte, soprattutto sui lavoratori occasionali economicamente dipendenti. Nei questionari sottoposti ai corrieri di Postmates e Favor, nell’area metropolitana di Boston, abbiamo riscontrato che costoro vivevano le piattaforme meno come spazi di comunità e reciprocità, e più come strumenti per affrontare il mercato. Per quanti dipendono dal gig work, le piattaforme sono strategie compensative in un contesto di salari stagnanti e occupazione precaria. Sono lavoratori più strettamente vincolati alla disciplinarità algoritmica e di mercato, mentre gli utenti indipendenti godono di maggiore libertà nella scelta dei propri ingaggi. Una biforcazione che consente alle piattaforme di mantenere una forza lavoro senza dover promuovere legittimità morale o identificazione collettiva. Il ricorso al capitale di rischio permette inoltre di offrire condizioni allettanti nel breve termine – flessibilità, retribuzione immediata, basse barriere di ingresso – evitando la necessità di instaurare obblighi sociali a lungo termine. �ueste dinamiche mettono chiaramente in luce i motivi per cui le iniziative volontaristiche, da sole, non possono riequilibrare lo scenario. Le imprese for-profit godono di vantaggi strutturali derivanti dalla loro integrazione nei mercati finanziari e dalla capacità di operare senza dover fare affidamento su un engagement emotivo o morale dei partecipanti. Le organizzazioni non-profit, al contrario, risultano vulnerabili proprio perché si fondano sul volontarismo nel quadro globale di un tessuto sociale post-legittimato, in cui l’impegno istituzionale si è sgretolato e le pressioni economiche limitano la capacità individuale di donare tempo ed energie. Per costruire alternative sostenibili, le cooperative devono fare tesoro di tali asimmetrie. La condivisione di risorse e infrastrutture e il coinvolgimento strategico dello Stato non sono supplementi opzionali al volontarismo, ma condizioni indispensabili per la sopravvivenza e la crescita in un ambiente competitivo, dominato da imprese ad alta intensità di capitale. Vi sono sempre stati dibattiti interni su come definire l’Economia della Condivisione in modo più o meno ampio. Le definizioni restrittive si sono focalizzate su meccanismi come lo scambio P2P, la messa a valore di asset inutilizzati, gli archivi di dati openknowledge. Una prospettiva che enfatizza la disintermediazione attraverso la cancellazione di mediatori burocratici e aziendali, riflettendo così le voci critiche verso alienazione e omologazione. Una prospettiva più sostantiva vede invece la condivisione come un mezzo per rivitalizzare i beni comuni e contrastare logiche economiche estrattive, riconoscendo che essa non può evitare ad libitum la politica o lo Stato, dovendo piuttosto implementare nuove forme istituzionali che la integrino in sistemi sociali più ampi. Il volontarismo è importante per ogni bene comune, ma da solo non basta. Beni comuni durevoli richiedono istituzioni che sappiano supportarli anche quando gli individui sono stanchi o disimpegnati. Storicamente, federazioni cooperative, sindacati e casse di credito sono nati proprio per questo motivo: hanno messo in comune risorse, creato strutture di governance e collegato slanci locali in reti più ampie. Le iniziative di condivisione odierne spesso non riescono a fare altrettanto, risultando frammentate tra settori, territori e gruppi sociali; persino all’interno di una stessa città, diverse di loro tendono a raddoppiare gli sforzi, anziché coordinarsi. La tecnologia può contribuire a superare questa frammentazione collegando proposte locali in reti più estese. Le piattaforme cooperative offrono una possibile soluzione per un uso coordinato di strumenti digitali in termini di titolarità democratica e di governance. Le infrastrutture open-source possono favorire l’interoperabilità tra iniziative. I comuni e gli Stati possono modellare la cornice attraverso la regolamentazione, la fiscalità e gli appalti pubblici, favorendo modelli cooperativi e incentrati sui beni comuni. La piattaforma Decidim di Barcellona e le sue politiche di procurement cooperativo sostengono le risorse digitali locali; Seul si è proclamata Sharing City, approvando regolamenti e programmi di finanziamento a sostegno della condivisione e della tutela dell’interesse pubblico; le normative tedesche sul carsharing hanno saputo creare condizioni favorevoli per modelli nonprofit e cooperativi, accanto a quelli più propriamente commerciali. �uesti esempi dimostrano che progetti pubblici e scelte politiche possono modellare le Economie della Condivisione in armonia con gli obiettivi sociali.

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