La terra dell’Abbastanza: suolo e giustizia intergenerazionale. In conversazione con Alberto Pirni
Che cos’è il principio filosofico della giustizia intergenerazionale? Lo abbiamo chiesto a uno dei suoi padri nobili, il f ilosofo e docente Alberto Pirni, per scoprire come esso si innesti fertilmente non solo sul concetto astratto di morale, ma anche sulla realtà concreta del suolo, in termini di sostenibilità e di responsabilità nel consumo delle risorse. Rivoluzionando l’alibi dell’Abbastanza.
di Leonardo Merlini
Il taxi attraversa la Laguna, diretto all’aeroporto Marco Polo. È una giornata di primavera, calda, senza nuvole. Venezia è alle spalle, le isole sono tutte intorno, sembrano respirare l’acqua e la sua densità salmastra. Il contesto è perfetto, si sente solo il rumore della barca che increspa l’acqua, a volte dei gabbiani. Ogni tanto però si incontrano come degli atolli, delle strisce di terreno che spuntano dove non si aspetterebbero e il tassista mi ricorda dei canali scavati per poter far passare le imbarcazioni, per rendere l’acqua più profonda. Mi rendo conto allora che la Laguna è fatta più dal suolo, quello emerso e quello sommerso, che non dalle sue acque. E mi ricordo, in modo quasi fisico, che questo ecosistema che, attraversato con le modalità opulente del turismo capitalista, appare magico e unico in realtà è profondamente fragile, esposto tanto alla siccità quanto alle maree. La crisi climatica, l’innalzamento dei mari o il loro prosciugarsi in certe zone. Sono tranquillamente seduto in un motoscafo Riva esattamente al centro di una delle tante crisi ambientali che mettono a rischio la nostra vita sul pianeta Terra ed è come se niente fosse. Un tempo chi era fortunato diceva con orgoglio ai figli: «Un giorno tutto questo sarà tuo». Oggi non sembra più possibile. Le ultime generazioni hanno sconvolto il pianeta e stanno lasciando una devastante eredità alle prossime.
«Alberto Pirni è professore associato di Filosofia Morale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento di Pisa, presso la quale insegna Etica Pubblica, Etica delle Relazioni di Cura, Etica ed Economia, Ethics of Security, Intergenerational Justice. È coordinatore dell’Area di Ricerca in Etica Pubblica dell’Istituto di Diritto, Politica e Sviluppo della Scuola Superiore Sant’Anna».
Questa è la biografia sintetica che trovo sul sito dell’università pisana. Alberto Pirni è un esperto, tra le altre cose, di giustizia intergenerazionale, «una questione sorta piuttosto di recente all’interno del più ampio dibattito sulla giustizia distributiva e sulla giustizia sociale» come ha scritto lui stesso, insieme a Fausto Corvino, in un saggio dedicato alla definizione dello spazio teorico di questa disciplina. E allora l’ho cercato, per cercare di capire, per provare a dare delle risposte ai dilemmi personali e globali, per vedere quali spazi ci sono per delle regole che consentano di cambiare le cose (di cambiare il futuro, mi dicevo nella mia testa di lettore di fantascienza). Perché questo suolo su cui viviamo, questa sottile superficie di possibilità umana, possa essere ancora lo spazio adatto per i nostri figli oggi e i loro domani, e via dicendo.
Pirni è disponibile, molto preciso. Mi parla, nonostante le difficoltà della connessione Zoom, con chiarezza. E quando gli chiedo una definizione della giustizia intergenerazionale parte da lontano, dal concetto occidentale di giustizia e dal Libro I della Repubblica di Platone. «Dovremmo ricordare che la giustizia per gli antichi, per i moderni, per i contemporanei è sempre stata orientata e pensata come un dispositivo di reciprocità, cioè un qualcosa che è in nuce ed è attivo per restituire qualcosa a qualcuno che lo ha perso o al quale è stato sottratto, cioè per compensare un torto, o per distribuire, cioè per dare ad alcuno o ad alcuni, cioè a individui o a gruppi, un certo numero di beni o magari, in senso moderno, anche di servizi. Quello che ha caratterizzato tutte queste teorie è stata una disposizione alla reciprocità, o alla distribuzione in senso orizzontale. Si distribuiva o si restituiva qualcosa a qualcuno che era presente. La giustizia è pensata con una logica di restituzione e distribuzione orizzontale. Che cosa c’è di nuovo nella giustizia intergenerazionale? Il pensare a questo tipo di distribuzione o di reciprocità in verticale, in un senso diacronico. La giustizia in Occidente, la giustizia degli antichi, dei moderni, dei contemporanei fino al filosofo statunitense John Rawls (morto nel 2002, per avere un’idea dell’arco temporale, NdR) – al quale, peraltro, si deve l’avvio del dibattito sulla giustizia intergenerazionale – è stata una giustizia in orizzontale, un mettersi d’accordo: basti pensare anche alle tradizioni del contrattualismo e a quel mettersi d’accordo tra diversi attori capaci di ragione, o anche tra coloro i quali volevano uscire dalla logica “homo homini lupus”. Questa è la logica del contrattualismo, stipulare un contratto tra chi è qui e ora. La giustizia intergenerazionale apre un altro capitolo: stipuliamo un contratto tra chi è qui e ora, e anche tra chi non è ancora qui e non è ancora ora, cioè tra chi non è ancora oggi un soggetto operante tra di noi. Come possiamo pensare che le future generazioni, i futuri soggetti, i futuri portatori di interesse possano essere attori giuridici? Parte da questo profilo generale, ma terribilmente esigente e sfidante, l’idea stessa di giustizia intergenerazionale».
Scrivere un codice per qualcuno che non c’è. Nemmeno Kafka, che pure sull’idea della Giustizia, con la lettera terribile e maiuscola, ha scritto pagine di letteratura definitiva, neppure lui era arrivato a questo punto. «Questa è la partita che si sta giocando. E la si sta giocando, ovvero la si deve giocare, sotto più profili. Innanzitutto ci stiamo addentrando in un terreno in cui poco c’è di scritto e molto c’è da scrivere. E questo è il terreno di coltura migliore per la filosofia, per la teoria, per la speculazione».
«Allora diciamo – argomenta Pirni – che forse almeno due o tre principi devono essere messi in chiaro. C’è il principio della messa a disposizione, cioè dobbiamo pensare che chi verrà dopo di noi possa avere a disposizione almeno lo stesso ammontare di beni di cui la nostra generazione, nel nostro tempo, ha goduto ed è riuscita a formare. Il secondo tema è il principio del provare a rendere il tutto in forma di rinuncia per il presente, cioè pensare a come noi possiamo gestire il presente ricordando che non dobbiamo consumare tutto, o non possiamo lasciare tutto alla libera fruizione di chi pur ne avrebbe la disponibilità. Esiste poi la necessità di creare un altro livello di beni: non possiamo solo non consumare l’esistente, ma dobbiamo creare un non-ancora-esistente per metterlo a disposizione di chi verrà dopo di noi. Insomma, dobbiamo mantenere alti i livelli dei serbatoi, diciamo così, dell’esistente, ma anche provare a immaginare nuovi serbatoi e nuovi carburanti che, all’interno di quei serbatoi, devono e possono essere ospitati. Da questo punto di vista, la partita è terribilmente aperta. C’è bisogno di rinnovati dialoghi fra nuovi Nord e nuovi Sud del mondo, ovvero fra nuove comprensioni dell’idea di Nord e dell’idea di Sud del mondo. Questi sono solo capitoli di un possibile saggio di teoria della giustizia intergenerazionale internazionale, ciascuno dei quali ha al proprio interno attivazioni del dibattito attualmente in corso cui stiamo provando anche noi stessi a partecipare. Insomma, a dire la nostra».
A questo punto dobbiamo parlare della crisi climatica, di quello che, dopo la rivoluzione digitale, sta diventando il più grande “fatto” del nostro tempo, il più significativo, per dirla con un altro filosofo del presente come Timothy Morton, iperoggetto della nostra epoca. «Questo per me è l’ambito più importante, più significativo di applicazione del plesso teorico al quale facevo ora riferimento. Come si colloca tutto ciò in relazione al clima? Il clima è un punto fondamentale, perché al suo interno ci sono tantissimi profili che vanno considerati. I primi, ovviamente, e non da oggi, sono quelli che gli scienziati, i fisici dell’atmosfera, i geologi, gli astronomi, i meteorologi, ci hanno posto di fronte. Ci sono una serie di dati scientifici ormai non oppugnabili che ci fanno pensare che la situazione sia inclinata verso una certa direzione. Però ci sono molti aspetti etico-sociali che devono ancora essere messi a fattore comune, soprattutto contrappuntati da opportune misure sia regolamentari, cioè politiche, sia tramutabili in vincoli giuridici».
«L’etica però, da questo punto di vista, gioca un ruolo fondamentale, perché guardando il mondo come a un tutto, noi ci troviamo di fronte a una parte di esso che ha prodotto quello che oggi siamo soliti chiamare cambiamento climatico, che corrisponde alla stessa parte che ne sta subendo gli effetti minori. Cioè: c’è una parte del mondo che ha saputo sviluppare il proprio sistema di vita, i propri sistemi sociali e perché no, anche i propri sistemi giuridici in maniera molto ambiziosa, portando avanti modelli e politiche economiche dedicate al consumo di risorse molto rilevanti, e c’è un’altra parte del mondo che è oggettivamente rimasta indietro rispetto a questo sviluppo, e che sicuramente oggi ne sta subendo gli effetti maggiori».
«Pensiamo alle piccole isole che si stanno via via inabissando, costrette a fronteggiare costanti tsunami, eventi climatici estremi o territori completamente inariditi, dai quali non riesce più a essere generata o proseguita alcun tipo di coltura agricola o alcun tipo di allevamento di animali. Questi territori ospitano decine, centinaia di migliaia o qualche milione di persone, e guardando tutto in prospettiva diacronica – cioè, di qui ai prossimi dieci/quindici anni – questi saranno necessariamente costretti a migrare, necessariamente costretti a trovare altre parti del mondo dove poter stare e dove poter tornare ad avere una logica di convivenza paragonabile a quella che avevano prima o, naturalmente, alla nostra. Chi sta subendo gli effetti maggiori della crisi climatica sono coloro i quali non l’hanno prodotto nel corso dei secoli e ne hanno subito, fin da allora, le prime e più rilevanti conseguenze in termini di sfruttamento di risorse territoriali, ambientali o anche agricole, di tutte le forme e specie».
Le parole di Pirni sono chiare, accademiche. Ma quello che dicono, mi rendo conto mentre lo osservo dallo schermo del mio portatile mentre me ne sto circondato da migliaia di libri e dalle mie corazze intellettuali nel soggiorno di casa mia, sono concetti potenti, un atto d’accusa. Anzi: sono una presa d’atto del modo in cui abbiamo costruito le condizioni stesse che mi hanno portato a essere qui, ora, in questo modo. Io, non altri. O, meglio, io come milioni e milioni di altri. E lo spirito di Kafka – nei cui racconti la colpevolezza non è mai messa in dubbio – torna ad aleggiare intorno a me. «Si apre da qui un’opzione, un’opzione etica, che ha a che fare con alcuni profili fondamentali, cioè con la necessità di prepararsi a una transizione ecologica che significa non soltanto prendersi per mano e andare a camminare qualche ora in più, o usare la bici piuttosto che il motorino, o l’auto elettrica anziché quella a combustibile fossile. Dobbiamo soprattutto comprendere come redistribuire risorse, cioè come poter dare vita a quella che si chiama energy justice: una continuità di fornitura energetica, ad esempio, a Paesi che non ne hanno, o pensare alla transizione ecologica non solo come a una scampagnata da alcune abitudini verso altre migliori, ma anche come a una possibilità di rinuncia. Da questo punto di vista la giustizia intergenerazionale, la giustizia tra le generazioni, deve poter rendere avvicinabile questo nuovo ordine di questioni e poter far familiarizzare coloro i quali dovranno rinunciare a qualcosa con l’idea e la necessità di una rinnovata forma di reciprocità, anche e innanzitutto fra diverse aree del mondo».
Rinunciare, certo, moderare. Un giorno, un grande banchiere italiano mi ha detto che dovremmo fermarci ad abbastanza profitto. Ora Pirni mi dice una cosa simile, a livello di consumo di suolo e di risorse. Ma chi quantifica questo “abbastanza” mi pare il vero tema. Perché, a un certo punto, questo potrebbe essere l’elemento che definisce o nega lo spazio di azione – quindi, per usare una brutta parola, il “potere”.
«Le idee potrebbero esserci, ci sono, e va anche detto che il nostro Paese è spesso stato molto all’avanguardia per la produzione di idee, per il saper lanciare spunti, per il saper essere bravi o innovativi nell’immaginare il futuro, sotto tanti profili. Non si tratta solo di creare un’idea di risparmio, di non-consumo rispetto a quello che abbiamo, ma anche di immaginare qualcosa di altro rispetto a quanto non abbiamo. Riguardo all’idea di Abbastanza, in realtà, per mettere a nostro agio tutto ciò – anche se può sembrare una battuta di bottega o partigiana per chi fa filosofia – direi che forse dovremmo tornare a leggere i classici e, accanto alla lettura di Platone, dovremmo avvicinare la lettura del Libro V dell’Etica Nicomachea di Aristotele, il quale ci disegna in termini destinati a restare paradigmatici la Teoria dell’Equità, la quale fa un passaggio ulteriore rispetto ai profili che le accennavo prima. Come si fa a essere equo? Aristotele dice che l’equità è il perfezionamento della giustizia. Ma allora come si fa a essere più perfetti della giustizia? Se la propria giustizia è già equilibrare – hai avuto un torto, ti viene restituito; hai un grande merito, ti viene riconosciuto – cosa c’è di più perfetto di quello? Beh, l’idea dell’equità secondo me, e così ho provato a dipingerla, è quella di una grande macchina teoretica per abbattere quella che chiamo la indifferenza intergenerazionale». «Ma restiamo ancora sull’Abbastanza: immaginiamo che l’equità sia qualcosa rispetto alla quale io avrei un entitlement giuridico. Cioè immaginiamo che io, noi, i nostri figli, siamo tutti intorno a un tavolo, abbiamo un’ottima torta e iniziamo a dividere le fette. Probabilmente, essendo io e lei due persone adulte, avremmo diritto a una fetta in più, magari a una fetta più grossa. E tuttavia noi diciamo che, pur avendone diritto, rinunciamo a prenderla. Pur avendo quella possibilità di sviluppo in più, rinunciamo a percorrerla. Pur avendo quella possibilità di guadagno ulteriore, rinunciamo a portarlo a casa. Perché? Perché, nel rinunciare, stiamo rendendo disponibili quelle risorse, quei beni, quelle possibilità di guadagno, quelle possibilità di sviluppo per qualcun altro. Stiamo cedendo spazio per darlo a qualcun altro, ma noi non stiamo perdendo nulla, perché io e lei eravamo già sazi con una fetta di torta. Avremmo avuto diritto a due fette, ma questo non ci avrebbe dato una sazietà ulteriore. Non esiste un profilo della sazietà ulteriore che ci possa dare maggior soddisfazione, ma soltanto un senso di sovra-pienezza che è quella sovrabbondanza dell’inutile, quell’oltre l’Abbastanza che non possiamo più permetterci. Rileggere Aristotele quindi, ma forse anche i medievali, e magari anche i contemporanei».
La domanda che mi pongo, mentre ascolto il ragionamento limpido del professore, è più fosca, più calata nella dimensione primordiale dell’umanità. Perché dovrei preoccuparmi degli altri quando ho già tutto quello che serve a me, e soprattutto perché dovrei rinunciare a qualcosa per qualcuno che non c’è? «Mi sono occupato di un argomento contro l’indifferenza intergenerazionale. Come funziona questo dispositivo? Beh, noi siamo soliti pensare che l’indifferenza sia qualcosa di non positivo; ovviamente, i profili psicologici e morali che guidano l’indifferenza sono molto più complessi, ma c’è anche un’indifferenza buona, che è quella dalla quale parte la soggettività umana. Io sono indifferente all’altro intorno a me, innanzitutto perché devo formare la mia identità personale, devo capire chi sono io, chi vorrei essere. Non stiamo condannando quel tipo di indifferenza, bensì quella che si scarica nella forma di non tenere conto dell’esigenza dell’altro, che ha una serie di strali morali. Un conto è se lei è indifferente nei confronti di qualcuno che stasera suona alla sua porta e le chiede aiuto; ma il tema, quando l’indifferenza si scarica a livello intergenerazionale, genera un’ottima possibilità di sconto morale, nel senso che chi potrebbe sentirsi colpevole per non aver fatto qualcosa nei confronti di chi non conosce e non conoscerà mai? Io mi sento colpevole se non aiuto adesso la persona che me lo sta chiedendo entrando da questa porta, ma come faccio a sentirmi colpevole nel non aiutare la persona che entrerà da questa porta chiedendo aiuto a qualcuno che sarà qui tra vent’anni?»
«Forse dovremmo riprendere da questo punto di vista – e sarebbe bello che lo facesse, per esempio, anche il sistema bancario – l’idea stessa di un istituto bancario che nasce dal diritto delle obbligazioni. Si chiama istituto del solidario. Il tentativo di pensare che quell’istituto portava avanti anche un diritto dell’obbligazione per cui io, lei o qualcun altro decidiamo di comprare qualcosa, ma nel farlo non solo ci accolliamo una parte del costo, ma ciascuno di noi si prende l’impegno di pagare anche se qualcun altro tra di noi non ne avesse più la possibilità, entrando così in una solidarietà che è, in realtà, solidità economica: noi siamo solidi abbastanza per poter assorbire il non pagante. Ora immaginiamo, a livello intergenerazionale, in che modo garantire questa solidarietà verso chi non è ancora qui. Innanzitutto lasciando meno debiti che possiamo – perché sappiamo che saranno loro a doverli pagare per noi. Siamo dunque responsabilizzati nel pagare per loro, evitando per noi la possibilità di spendere oltre misura. Ciò funziona per le giovani generazioni ma anche per la silver economy, quella delle silver generations, coloro i quali stanno andando verso un’età più avanzata e fuoriescono dalla parte di vita produttivamente più rilevante; non per questo dobbiamo uscire da una logica di reciprocità inter- e trans-generazionale. Insomma, l’intergenerazionalità non si misura soltanto verso le generazioni future, ma anche verso quelle che stanno accanto e dietro di noi, dal punto di vista della generatività».
Adesso mi accorgo, con una certa curiosità, che si tratta chiaramente di un discorso di filosofia morale. «Forse abbiamo bisogno di dare più spazio a questa parola difficile, morale, che viene usata male e fraintesa. Si fa molta retorica della morale. Però c’è un modo di rimettere al centro la morale che non passa dagli slogan sulla famiglia/non-famiglia; c’è un modo di riportare questo senso di morale al centro del dibattito. Io penso sia fondamentale tornare alle origini di chi ha pensato la filosofia come impresa per la polis. Platone pensava la filosofia come per la città, cioè la pensava esattamente come politica – ricordando che la radice di politica è “polis”, città, ovvero la co estensione di quello che per l’epoca era lo spazio giuridico. Quell’epoca è un momento germinativo in cui troviamo in un unico crogiolo sia la morale, che la politica, che l’idea germinativa del diritto». «Ora, da questo punto di vista, che cosa possiamo trovare? Io credo che possiamo trovare una serie di rinnovate possibilità di rimettere la morale al centro. Io insegno Filosofia Morale. E la prima cosa che dico ai miei studenti quando entro in classe è: “Signore e signori, siamo qui per parlare di filosofia morale, ma non pensate che la filosofia morale ci aiuti a diventar più buoni, brave ragazze e bravi ragazzi. Non ci interessa fare un buonismo à la carte, o a piccoli fascicoli che si distribuiscono, che rileghiamo e che, quando abbiamo finito, mettiamo nel nostro miglior scaffale e lasciamo lì. No, la filosofia morale ci aiuta a diventare migliori argomentatori, cioè a fare qualcosa di terribilmente antico, ma tremendamente contemporaneo e a ogni istanza problematico: dare ragioni e motivazioni al nostro agire, al nostro fare o al nostro evitare di fare”».
«Quindi, possiamo rimettere al centro la filosofia morale ridandole lo spazio che ha sempre avuto nell’antichità: quello del discorso pubblico, cioè aperto a tutti e disponibile a confrontarsi con ogni opinione pur mantenendo un grandissimo punto originario: dobbiamo essere argomentatori autentici, onesti. Se io ho ragione, lei deve potermi dire che ce l’ho; se lei ha ragione, io devo poter consentire sul fatto che mi ha dato una ragione migliore della mia. Se dopo una discussione ci lasciamo dicendo “Questa è la tua opinione, io ne ho un’altra”, ma tu non sei riuscito a dimostrarmela, beh, tu sei un cattivo argomentatore, perché nonostante io ti abbia dimostrato la bontà della mia e la minore bontà della tua, tu non sei riuscito ad ammettere che la tua dovrebbe essere abbandonata. Ma noi siamo figli e nipoti di persone che non sono state in grado di ammettere di aver torto. Dovremmo iniziare a pensarlo seriamente, a prendere confidenza con questo pensiero. C’è questa difficoltà di dialogo in parallelo tra chi non sa ammettere di avere torto e chi non sa abbandonare la propria comfort zone morale. Diciamo: “Io ho sempre creduto in questo, qui si fa così, qui si è sempre fatto così, perché dovremmo cambiare?”. Ciò vale anche tornando al tema clima, ambiente e sostenibilità. Per esempio, quando è stata introdotta l’idea della raccolta differenziata: “Ma perché dovrei allontanarmi dalla mia comfort zone?”, “Perché lo facciamo noi e non lo fanno gli altri?”, “Se tutti lo facessero, lo farei anch’io”. Ecco, questo tema – che in filosofia morale si chiama principio dell’inefficacia causale individuale – è esattamente una sorta di vorticoso buco nero che apre a profili di inazione, cioè di incapacità di tenere dritta e tesa la nostra motivazione rispetto al risultato della sostenibilità del contributo minimo al cambiamento. Questo è l’altro profilo che noi studiamo, quello che io chiamo il motivational gap, l’interruzione della tenuta motivazionale».
Nessuna scelta, però, nessuna decisione è esente da rischi di tensione, che siano guerre tra ricchi o tra poveri non importa… «Il potenziale conflitto tra generazioni, classi o bisogni sociali è un tema, e dobbiamo pensare molto profondamente a questa partita di conflitto e potenziale rispetto al tema dei savings, del fare passi indietro riguardo al consumo di risorse naturali. E qui si crea quello che si può chiamare il costo della sostenibilità – ma anche il cortocircuito della sostenibilità, vorrei dire, e della responsabilità: è il pericolo del “Tocca sempre a qualcun altro”, quello che in filosofia morale o politica si chiama conflitto noi/loro, o conflitto io/tu. Perché noi giovani dovremmo risparmiare quando loro, le generazioni precedenti, hanno consumato tutto quello che potevano? Abbiamo sempre pensato che l’etica sia un’abitudine che afferisce al passato, ma in realtà afferisce al futuro, rilanciandolo nei temi che abbiamo appena detto. Si crea quindi un conflitto intergenerazionale tra vecchi e giovani, o tra poveri e ricchi. Dobbiamo pensare che la transizione ecologica ha dei costi che potrebbero dividere ulteriormente, che separano chi può permettersi la transizione da chi non può. Chi può permettersi di passare all’Euro 5, all’Euro 6, all’Euro 8, all’elettrico, e chi è costretto a scaldarsi bruciando bottiglie di PET che producono una fiamma a poco calore e moltissima diossina. Quindi si rinnova continuamente questo conflitto non solo tra vecchi e giovani, e tra ricchi e poveri, ma anche all’interno delle stesse generazioni tra giovani ricchi e giovani poveri, tra anziani ricchi e anziani poveri, tra localizzazioni diverse di questo duplice conflitto, in qualche Nord e in qualche Sud del mondo».
«Io credo che il tema, allora, non sia tanto quello di aspettare che tutti facciano il loro, ma che ciascuno faccia il proprio. La logica non dovrebbe essere quella di attendere reciprocità, per tornare ai punti da cui siamo partiti, bensì di generarla, di dire “Se posso, devo”. E qualcuno potrà seguire, ma non devo aspettare che ogni altro si convinca di poterlo fare, per poterlo poi fare anch’io. Tutto ciò rimanda a un tema di responsabilità individuale che credo vada ancora, e ulteriormente, riportato nell’organizzazione del dibattito pubblico».
Ho la sensazione che il professor Pirni stia provando a costruire l’idea di un circolo virtuoso, la
possibilità di un meccanismo etico che scardini un sistema che da troppo tempo procede con una
sorta di pilota automatico verso una prospettiva che possiamo solo definire, in ultima analisi, di
autodistruzione. «Non dobbiamo smettere di parlare, ma soprattutto non dobbiamo pensare di
poter parlare solo ai “credenti”, cioè solo a chi è già nelle chiese della sostenibilità, solo a chi già
pensa che questa partita sia degna di essere fatta, e ha “solo” bisogno di essere rafforzato nella
sua motivazione. Dobbiamo invece, se posso usare questa parola, andare a parlare fuori dalle
chiese, provare non dico a evangelizzare (perché quella è una partita molto più alta e altra), ma
a diffondere questo messaggio a chi di per sé sarebbe portato a non considerarlo tra le opzioni
possibili del proprio comportamento. È una sfida rilevantissima che spero che la filosofia possa
interpretare, sicuramente non da sola, ma il meta-convincimento che dobbiamo avere è che
nessuno può farcela da solo, nessuno può pensare di percorrere questa strada senza gli altri».
Il taxi è arrivato. Mi sono seduto sull’aereo e ho aspettato il decollo. Dall’alto la Laguna sembra ancora più viva. Si mostra in tutta la sua complessità e articolazione. Vorrei che i miei figli la vedessero e la vivessero anche loro così – suolo emerso e sommerso, ma ancora vivo – in uno dei nostri futuri che stiamo scrivendo da ieri.
