Guida pratica per antenati. Conversazione con Roman Krznaric
Nel Museo dell’Empatia si cammina letteralmente nelle scarpe altrui, ma metaforicamente si entra nel futuro: quello dei nostri discendenti. Roman Krznaric ci invita a pensarci come buoni antenati, coltivando uno sguardo alternativo e il nostro cervello-ghianda. Da carpe diem a carpite diem:
cogliere il momento, sì, ma insieme.
di Federico Tosi, Sandro Di Domenico
«È proprio questo il fulcro della questione sulla Responsabilità: c’è
un’enorme nazione di futuri cittadini a cui la maggior parte di noi non sta
pensando. E questa è una tragica ingiustizia».
Roman Krznaric, filosofo sociale, serve osservazioni che colpiscono come sentenze e il suo discorso vuole essere una di quelle carezze che viene data per trasmettere fiducia e rimettere in moto. A guardarsi intorno motivi di ottimismo ne vede pochi, ma il problema è proprio questo: i dintorni non bastano più per capire il presente. Occorre andare oltre, guardarsi da fuori e in una prospettiva temporale, sia verso il passato, sia verso il futuro. In questo oltre, Roman Krznaric accompagna con esempi inediti o storicamente trascurati, in un assetto di pensiero che si può riassumere in questa domanda: come faccio a essere un buon antenato?
Dicevamo di esempi utili. L’intervista comincia con la presentazione di Ossigeno e del numero dedicato alla Responsabilità – parola individuata, insieme a Rispetto e Condivisione, quale valore da riscoprire nel significato e rimettere al centro del rapporto dell’uomo con il suo ambiente di vita, naturale e sociale. Krznaric dice di adorare l’idea di affrontare il futuro attraverso la lente della Responsabilità e ci invita ad aprire l’articolo informando il lettore che, mentre l’intervista è in corso, la Romagna, regione dell’Italia in cui nasce Ossigeno, è alle prese con l’ennesima alluvione degli ultimi due anni. Un esempio perfetto per spiegare in che situazione siamo. Per capire che, come dice Krznaric: «Abbiamo colonizzato il futuro. Lo utilizziamo come una discarica in cui gettiamo, rigettiamo e abbandoniamo degrado ecologico e minacce di natura tecnologica, come se dopo di noi non dovesse restare più nessuno. Ma, ovviamente, qualcuno resterà. Ci sono milioni, miliardi di persone che abiteranno il futuro, e la tragedia consiste nel fatto che queste generazioni successive alla nostra sono prive di voce in capitolo all’interno della nostra politica… Se intendiamo davvero decolonizzare il futuro, credo allora che occorra pensare a noi stessi come a dei buoni antenati. La domanda di conseguenza sarà: come possiamo essere buoni antenati? Ecco quale credo che sia la principale questione esistenziale da affrontare nel nostro tempo».
Con Roman Krznaric la conversazione, priva di domande, è stata orientata a liberare quanti più spunti possibili. Nel riportarli, ciò che ci limitiamo a fare è dare risalto a sette concetti, elevandoli a capitoli, tutti legati a un’azione, a un atteggiamento che può caratterizzare il buon antenato e il suo senso di Responsabilità, tema che Krznaric apre con due domande.
La prima: quali doni mi accingo a offrire?, perché «Se ci pensiamo bene, guardando indietro, tutti noi siamo eredi di doni del passato. Le città in cui viviamo, le scoperte in campo medico, le reti fognarie sotto i nostri piedi. E poi le strade su cui camminiamo, gli acquedotti romani, persino alcune strutture economiche».
La seconda: «La Responsabilità riguarda il dovere. Cosa abbiamo il dovere di lasciare in dote? E di conseguenza, cosa abbiamo il dovere di lasciarci alle spalle? Possiamo lasciarci alle spalle il colonialismo. E possiamo lasciarci alle spalle l’ossessione per la crescita economica, che sta distruggendo il pianeta».
Etnosfera
Il primo importante punto fermo è nella dinamica culturale, che deve condividere le necessità di tutti e deve influenzare i comportamenti. Questo è vero in generale, ma ancor più fondamentale verso i più giovani, destinatari privilegiati delle riflessioni di Krznaric. Saranno loro ad abitare il mondo e loro hanno quella verginità di pensiero indispensabile per dare corso ai cambiamenti.
«La biosfera ci fornisce l’aria che respiriamo, l’etnosfera l’aria culturale che respiriamo. Idee, presupposti, visioni del mondo. Ciò che cerco di fare attraverso i miei libri è offrire spunti di riflessione in grado di influenzare il nostro modo di pensare per gli anni a venire. Non devono necessariamente essere legati al mio nome, ma l’idea di essere un buon antenato, per esempio, è una metafora o un concetto che penso possa aiutarci a modellare le nostre azioni future, al di là del mero clic del pulsante acquisto immediato, spronandoci piuttosto a domandarci davanti allo specchio: cosa posso fare, oggi, per essere un buon antenato? Ritengo che sia questa la nostra reale sfida esistenziale: fare in modo che questa prassi si trasformi in abitudine. Il lato positivo è che gli esseri umani sono bravi a darsi delle abitudini. Siamo capaci di abituarci a tutto, al meglio così come al peggio».
Scuola
«Il mondo in cui viviamo racchiude in sé bellezza e orrore, ma anche opportunità. A cominciare dall’opportunità di ridisegnare l’assetto delle nostre istituzioni. Proprio adesso riesco a sentire i miei figli rientrare da scuola. Frequentano una scuola locale, in fondo alla strada, dove tutto ruota intorno alla logica dell’individualismo e della competizione. È una buona scuola, ma il problema sono piuttosto le fondamenta della nostra cultura: tra i loro compiti, ad esempio, non rientra il riunirsi in gruppo per risolvere un problema. Non ci pensiamo neanche. Ma perché? La nostra educazione è impostata in modo tale da non poter riuscire a rispondere efficacemente ai problemi che la nostra specie sta di fatto attraversando. Io lo trovo assurdo».
Ottica alternativa
Difficile chiedere cambiamento se il primo pensiero è legato al sacrificio, come quello di non poter prendere l’auto o di indirizzare i profitti di un’azienda sul riequilibrio del suo impatto ambientale. Partire così è dura, molto più stimolante andare a scoprire alternative a quelle che sono le nostre abitudini.
«Credo che si tratti di un punto molto importante, e credo che le persone abbiano paura di parlare di sacrifici. Oggigiorno prevale piuttosto una sorta di ideologia win win. Del tipo che dovremmo essere capaci, al contempo, di fare soldi e salvare il pianeta. Ma non è così che funziona! Magari sarebbe il caso di pensare un po’ meno al denaro, se vogliamo davvero salvare il pianeta. Naturalmente molte religioni – come, ad esempio, il cattolicesimo – sono caratterizzate da una lunga tradizione basata sull’idea del sacrificio. Ma concretamente ritengo che ci siano altri modi di concepire il sacrificio. Per esempio: quando città come Parigi o Amsterdam dichiarano: “Bene, entro il 2030 qui non sarà più permesso guidare auto a combustibili fossili”, le persone reagiscono del tipo: “Oh no, mi state portando via la libertà! Altro che sacrificio, questo è chiedere davvero troppo!”. Ciò che i governi dovrebbero fare, invece, è saper proporre migliori alternative. Allora occorrerebbe un: “D’accordo, magari non potrai circolare con la tua auto in città, ma miglioreremo il trasporto pubblico fornendoti tram o autobus gratuiti”, soluzioni di questo tipo».
«Soprattutto in ambiti come i trasporti, possiamo ancora cambiare le cose. Ma dobbiamo necessariamente pensare a lungo termine, perché soltanto così ci renderemo conto che città incredibili in Italia, dove probabilmente non sarebbe del tutto sicuro neanche girare in bicicletta, saranno – e di fatto sono già – piene d’acqua. Basti pensare alle alluvioni che hanno colpito l’Italia negli ultimi due anni. In che mondo vogliamo vivere? E non sto pensando soltanto a generazioni future, distanti da noi di altre sette generazioni; io sto pensando proprio a noi, a quello che potrebbe accaderci l’anno prossimo».
Empatia
Studiare l’attività di Roman Krznaric ti porta dentro un museo dedicato a un tipo di intelligenza poco celebrata. Sì, perché l’empatia è una forma di intelligenza, meno blasonata di quella logica o spaziale, pur rappresentando una facoltà psichica e mentale indispensabile per chi, come l’essere umano, è animale che vive in gruppo, in comunità.
Nel 2015 Roman Krznaric ha dato vita al progetto itinerante del Museo dell’Empatia, che «è stato concepito per permettere alle persone di mettersi nei panni degli altri [in inglese, ‘camminare nelle scarpe altrui’, NdR]. Una delle nostre mostre principali si chiama Un miglio nelle mie scarpe: si tratta di una gigantesca scatola di scarpe, di cui ci sono bellissime fotografie online, all’interno della quale puoi camminare come se ti trovassi dentro un’enorme scatola di scarpe, appunto. L’abbiamo pensato come fosse il primo negozio empatico di scarpe al mondo, ragion per cui alle persone viene assegnato un paio di scarpe appartenenti a un perfetto sconosciuto – un monaco buddista, un attivista ambientale, un rifugiato siriano… – e loro possono letteralmente camminare per un miglio nelle loro scarpe, mentre ascoltano una narrazione audio 28 della loro vita, raccontata dalla viva voce dei diretti interessati. Semplice e potente. Abbiamo raccolto scarpe e storie in ogni angolo del mondo, ovunque siamo andati, ovunque continuiamo ad andare. In Italia abbiamo collaborato con un ente molto valido con sede a Milano, la Fondazione Empatia, portando anche lì la mostra. Ed è stato un grande successo. Attualmente, il Museo dell’Empatia si trova sia a Montreal che in Belgio, perché lo presentiamo in diversi luoghi. Non è che un percorso, ma volendo addentrarci in un cammino rieducativo profondo, gli alleati imprescindibili non possono che essere i bambini».
«A proposito del Canada appena menzionato, mi viene in mente che lì c’è uno straordinario programma di apprendimento dell’empatia – Le radici dell’empatia, richiamando le radici di un albero – cui hanno partecipato più di un milione di bambini. Il programma prevede che un bimbo o una bimba venga portato in una classe composta da altri bambini, di età compresa tra i cinque e i dieci anni, e che tutti si siedano attorno. E ne comincino a parlare: “Perché sta piangendo?”; “Perché sta ridendo?”; “Perché sta guardando la sua mamma o il suo papà?”. Cercano anche loro di mettersi nei suoi panni. È una questione di empatia. Il bimbo torna spesso in classe, nel corso dell’anno scolastico, e questi incontri servono per parlare di cosa significhi essere un bambino, dal prenderle al parco giochi al vivere con la propria famiglia nelle strade di Calcutta. Ma si guarda anche al futuro. Di cosa avrà bisogno tra trenta anni? Come sarà la sua vita? Come possiamo sostenerlo, oggi, perché il suo futuro possa essere sereno? Si tratta, quindi, di una profonda educazione alla Responsabilità – in termini di spazio, ad esempio nei confronti di persone che vivono dall’altra parte del mondo, e in termini di tempo. Spazio e tempo. È un tema molto potente, e molto incisivo. Lo vedo come un modo per cercare di dare forma a un nuovo paesaggio morale, e di tanto in tanto ne vado a parlare con i rappresentanti politici».
«Non molto tempo fa, per esempio, mi sono recato al Senato olandese, per discuterne sia coi partiti di destra che con quelli di sinistra, con tutti. Ho tenuto un discorso in cui esprimevo la mia opinione sul motivo per cui si dovrebbe essere buoni antenati e sul perché si dovrebbero istituire assemblee di cittadini che possano sostituirli. L’idea non ha suscitato grande entusiasmo [Roman Krznaric ride mentre lo racconta, NdR], ovviamente. Ho suggerito di chiudere almeno una Camera e sostituirla con assemblee civiche, almeno per il 50%; io non la trovo affatto una proposta insensata. Nel Belgio orientale, per esempio, è stata istituita un’assemblea civica permanente, e a Bruxelles ce n’è un’altra di questo tipo sul cambiamento climatico. Ma quello che ci tengo a sottolineare è che è molto difficile far cambiare idea a chi è già di fatto un rappresentante politico. Ecco perché è così importante lavorare con le giovani generazioni e avere una visione a lungo termine, per poter ripensare il concetto di Responsabilità».
«La Responsabilità comporta sempre rivoluzioni. Voglio dire, se prima della Seconda Guerra Mondiale la gente donava soldi a un ente di beneficenza, non sarebbe mai stata disposta a farlo se il suddetto ente si fosse trovato dall’altra parte del mondo. Le persone avrebbero con molta probabilità scelto di aiutare qualcuno appartenente alla loro comunità, o alla loro parrocchia locale. È soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale che si è largamente diffuso un sentimento di empatia anche per le persone all’altro capo della Terra. È ciò che fanno organizzazioni come Medici Senza Frontiere. E poi, più o meno negli ultimi dieci anni, è accaduto qualcosa di molto interessante: l’espansione dell’idea di Responsabilità nei confronti delle generazioni future».
«Pensando all’Italia mi viene appunto in mente la Laudato si’, l’enciclica del Papa che parla di solidarietà intergenerazionale. Si tratta di un notevole cambio di prospettiva del pensiero cattolico, non trovate? Non sarebbe potuto accadere cinquanta, ma anche solo venti, anni fa. Qualcosa sta decisamente cambiando. D’accordo, sono solo parole e magari non si tratta di una rivoluzione, ma il senso di tutto ciò, il senso di questa conversazione, il senso del mio scrivere libri, è che ogni grande mutamento culturale ha bisogno di tante voci. Tante piccole imbarcazioni che navigano verso il futuro. Magari non stiamo facendo tutti la stessa cosa, ma stiamo andando più o meno tutti nella stessa direzione».
Carpite diem
A cosa serve il latino? A capire Orazio e Robin Williams, a declinare il plurale di carpe diem, perché l’iper-responsabilizzazione deve essere collettiva.
«Il capitalismo consumistico e la democrazia rappresentativa non sono più adatti a risolvere i problemi mondiali attuali. Sono paradigmi a troppo breve termine, troppo orientati al profitto. Ci troviamo dunque in un momento di messa in discussione totale, in una miriade di modi; ciò significa che è un momento di umana responsabilizzazione. Un momento che potrebbe evolvere in molte direzioni, ovviamente. Anche impreviste. Cosa ci hanno insegnato gli anni Trenta in Europa? Che il crollo di Wall Street e la Grande Depressione hanno spinto alcuni Paesi verso la socialdemocrazia, altri verso il fascismo, ma ciò che io stesso sto iniziando a capire – in una maniera ancora non perfettamente definita, perché comincio adesso a vederlo meglio – è che questo genere di momenti critici rappresentano anche momenti di iper-responsabilizzazione. Di iper-possibilità. Una iperbolica messa in discussione dei presupposti».
«Trenta o quaranta anni fa, la sola idea del mettere in discussione la crescita economica sarebbe stata del tutto inaccettabile. Le persone ti avrebbero dato del pazzo, o del pericolo pubblico [Krznaric torna a riderne, NdR]. E oggi è ancora largamente arduo mettere in discussione la crescita economica; ma, dato il fallimento sistemico, tutto ciò si è trasformato in un’ossessione per la crescita del PIL, che fondamentalmente ci rende sempre più vulnerabili e disuguali di fronte a catastrofi climatiche e nuovi rischi tecnologici. Se solo si cominciasse a prendere seriamente in considerazione l’Economia della Ciambella, ci si renderebbe conto che sono già più di cento le città al mondo che la stanno mettendo in pratica. Quello attuale è un momento che comporta responsabilizzazione, e laddove l’Economia della Ciambella rappresenta una risposta, le assemblee civiche ne rappresentano una ulteriore. Abbiamo bisogno di una serie di rivoluzioni della Responsabilità in molti altri settori – e in particolare in relazione al tech, all’intelligenza artificiale, all’ingegneria genetica, alle biotecnologie. Non molto tempo fa, mi sono avventurato a cercare quante cooperative esistano nel settore del biotech. Cooperative, o anche aziende a proprietà fiduciaria e responsabile [‘steward owned companies’, l’espressione utilizzata da Krznaric, fa capo alla ‘steward-ownership’, struttura societaria che assicura la governance aziendale a persone responsabili di gestire il profitto non come fine ma come mezzo, NdR] che non siano guidate esclusivamente dagli azionisti o dal capitale di rischio; non ho trovato praticamente nulla. Voglio dire, non mi meraviglia, ma almeno una speravo potesse esserci».
Credo che siano due, i modi fondamentali di pensare alla responsabilizzazione. Uno è quello di concepirla individualmente – cosa posso fare? – ma io sono 30 nettamente più interessato alla responsabilizzazione collettiva, e il mio ultimo libro History for Tomorrow parla di tutte le conquiste che abbiamo raggiunto insieme. Del potere dei movimenti sociali, della campagna per l’indipendenza dell’India, dei movimenti per il suffragio femminile all’inizio del XX secolo e per i diritti civili negli Stati Uniti. Individualmente pensiamo carpe diem, ma collettivamente possiamo pensare carpite diem, cogliamo il momento tutti insieme. Quel perfetto momento di responsabilizzazione collettiva. Prendiamo Orazio e portiamolo nel XXI secolo, l’era più adatta al cambiamento collettivo. Ripensiamo a Orazio. Riadattiamone la filosofia».
Da marshmallow a ghianda
Esempi e metafore, una di queste è meravigliosamente efficace. Gliene chiediamo atto, Roman Krznaric si ferma un attimo e sorridendo, con le mani ben distanziate, mostra un marshmallow e una ghianda.
«Ecco a voi il mio marshmallow e una ghianda. Li tengo sempre pronti. Penso al cervello come se fosse composto da queste due parti. Il cervello-marshmallow, che ragiona a breve termine, è guidato dalla gratificazione istantanea, dalla ricompensa immediata, e prende il nome dal celebre Test del Marshmallow del 1970 in cui i bambini venivano messi di fronte a un marshmallow e, se riuscivano a resistere, venivano ricompensati con due. La maggior parte di loro non resistette e lo mangiò subito. Ma siamo dotati anche di quest’altra parte, il cervello-ghianda, che si concentra sul pensiero a lungo termine, sulla pianificazione e sulla strategia. Si tratta di una parte relativamente recente del cervello. Ha solo due milioni di anni, mentre il cervello marshmallow ne ha ottanta milioni. Lo condividiamo con i ratti. Di conseguenza, prendendo in esame la storia dell’uomo o mettendola a confronto con quella delle altre specie animali, possiamo rilevare che siamo comunque capaci di pensare a lungo termine, utilizzando il nostro cervello-ghianda».
«Uno scimpanzé riesce a pianificare con un po’ di anticipo: prende un ramo, ne elimina le foglie e se ne serve per introdurlo in una tana di termiti o in un formicaio, ma non possiede la lungimiranza di prepararne una dozzina e metterli da parte per la settimana a venire. Questo è ciò che fanno gli esseri umani, cosa in cui peraltro sono piuttosto bravi. È stato il cervello-ghianda a permetterci di costruire la Grande Muraglia Cinese e gli acquedotti durante l’Impero Romano, di creare la Biblioteca del Futuro, di lanciare una sonda spaziale verso l’asteroide Psiche. Lo leggevo proprio oggi. C’è questa sonda, lanciata lo scorso anno, che si sta dirigendo verso l’asteroide. Ci vorranno sette anni per raggiungerlo. Si trova tra Marte e Giove. Possiamo riuscirci, e la nostra storia è sempre stata costellata da persone dotate di una visione-ghianda».
«Nella storia inglese del XIX secolo, ad esempio, comparve nel 1858 un losco figuro che rispondeva al nome di Sir Joseph Bazalgette, di professione ingegnere. All’epoca le fogne non esistevano e i liquami grezzi venivano scaricati direttamente nel Tamigi, con decine di migliaia di morti di colera e di altre malattie del genere, anno dopo anno. Nel 1858 ebbe dunque luogo un episodio, noto come Il Grande Fetore, per cui i miasmi del fiume erano talmente insopportabili che i membri del parlamento non riuscivano neanche a respirare, ragion per cui fu subito approvato un decreto di urgenza per la costruzione della rete fognaria londinese. Fu dunque l’ingegnere Joseph Bazalgette a progettare fogne due volte più grandi del dovuto rispetto alla 31 popolazione dell’epoca, ed è per questo che quelle fogne funzionano perfettamente ancora oggi. Grazie al suo cervello-ghianda. Adoro queste figure – persone come il fondatore di Patagonia, Yvon Chouinard, persone che mettono in azione il loro cervello-ghianda, buoni antenati che pensano: “Proiettiamoci sul lungo termine!”. O anche Jonas Salk, il grande virologo che negli anni Cinquanta sviluppò il primo vaccino contro la poliomielite, che dichiarò: “Non depositerò il brevetto del mio vaccino, perché voglio che sia un dono per le generazioni future”. Fu proprio lui a domandarsi per primo, passando alla storia: “Siamo noi buoni antenati?”. È ciò che vedo anche negli attivisti climatici radicali, dalla svedese Greta Thunberg alla tedesca Luisa Neubauer alla belga Anuna De Wever; queste giovani e straordinarie attiviste, perché si tratta spesso di donne, ci stanno insegnando cosa sia la Responsabilità morale. A livello intergenerazionale. I loro cervelli-ghianda pulsano energia e, in un certo senso, apprensione».
Storia
Il discorso si mantiene sull’attivismo radicale.
«Celebriamo figure come il Mahatma Gandhi e Martin Luther King Jr., che hanno infranto le regole e violato la legge, ma poi buttiamo in prigione i nostri manifestanti per l’ambiente, che in effetti fanno lo stesso. Penso che rivestano un ruolo molto importante da portare avanti nella società e, se prendo le distanze per osservare tutto questo, non sono ottimista riguardo alle prospettive della specie umana. Stiamo procedendo verso il nostro autodistruttivismo ecologico e tecnologico. Eppure, guardando indietro alla nostra storia, credo di intravedere una speranza. Noto che nel tempo sono sorti movimenti, spesso in modo dirompente, per mettere in atto un cambiamento, affrontare le ingiustizie, guidare le società verso nuove direzioni. Questo mi fa sperare che, come civiltà, possiamo evolverci piuttosto che estinguerci. Ed è questo il punto. Ci riprenderemo o ci distruggeremo? Credo che questi movimenti possano aiutare a riprenderci».
Per Roman Krznaric la storia non è tanto un archivio di soluzioni, quanto di modi per affrontare la sorte, di esempi positivi anche al fine del conforto. Il suo libro History for Tomorrow: Inspiration from the Past for the Future of Humanity ne è raccolta.
«Una delle ragioni che mi ha spinto a scrivere questo libro è stata la sorpresa, quasi lo shock, che vivevo nel continuare a imbattermi in esempi su come gli esseri umani fossero riusciti a superare crisi e sfide, a costruire città e civiltà; credo infatti che, nell’osservare la storia, tendiamo a soffermarci maggiormente su tutto quello che è andato storto. Colonialismo, schiavitù, fascismo, sono tutti fenomeni con cui dobbiamo certo fare i conti, come cita il famoso aforisma: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo».
«Ma ho preso in considerazione anche periodi in cui le cose andavano bene, e non soltanto quando non funzionavano. Ad esempio, c’è un capitolo che riguarda le migrazioni – tema estremamente vivo in Italia, in Germania, in Gran Bretagna. Le migrazioni, i confini. Viviamo in una cultura in cui pensiamo che lo scontro di civiltà sia inevitabile e la convivenza impossibile, ma basta guardare alla storia per scoprire 32 meravigliosi esempi di persone provenienti da differenti culture che hanno saputo convivere in armonia. Un esempio che mi ha davvero sorpreso e fatto riflettere è stato quello, risalente all’anno 1000, della città spagnola di Cordova, che all’epoca faceva parte del califfato islamico di al-Andalus. Quel periodo, tra il IX e il XII secolo circa, viene anche chiamato Convivencia, coesistenza di musulmani, cristiani ed ebrei a vivere insieme in relativa armonia. Certo, non fu tutto un idillio. C’erano tensioni quotidiane, occasionali esplosioni di violenza, ma in generale potevi assistere a musulmani e cristiani che suonavano insieme, a ebrei e musulmani che giocavano a scacchi, a persone di diverse radici che si fondevano condividendo mercati e hammam. Basti pensare alla storia del famoso poeta ebreo Samuel ha-Nagid, la cui abilità come scriba arabo gli permise di diventare primo ministro dell’emiro musulmano di Granada e persino di guidarne le forze militari. Non siamo qui a parlare di un’utopia, ma del riconoscere che su larga scala ce l’abbiamo fatta a vivere fianco a fianco, e che il passato non sarà un paradigma perfetto per il presente, ma piuttosto un’ispirazione, come dire: “Oddio, ma perché non ne sapevo nulla?”».
«Nell’Italia rinascimentale, agli albori della Repubblica fiorentina, si usava un metodo per scegliere i cittadini da designare alle cariche pubbliche: i loro nomi venivano estratti da un cappello. Tale metodo prendeva il nome di cernita – pratica limitata soprattutto agli uomini, ovviamente aristocratici – ma si rifaceva direttamente all’antico modello greco di democrazia, dove la selezione avveniva in maniera del tutto randomica. Credo che questa sia una pratica davvero interessante, da recuperare oggi che la perdita di fiducia nella politica democratica dilaga, ragion per cui la maggioranza è portata a votare per l’estrema destra. La sensazione è che il sistema attuale non sia in grado di offrire alle persone un lavoro sicuro, di affrontare adeguatamente la crisi energetica e abitativa, e così via. In realtà, c’è stato un recente revival di questa idea europea, di matrice greca, nel sorteggiare in modo casuale i cittadini per creare assemblee civiche e discutere di questioni come il cambiamento climatico, o dei rischi derivanti dall’intelligenza artificiale. Assemblee che si compongono di circa cento persone, selezionate a caso, per parlare di determinati argomenti. Lo ritengo uno degli sviluppi più sorprendenti della storia della democrazia, almeno da quando è stato esteso il diritto di voto alle donne, più o meno un secolo fa».
