Il Principio Responsabilità (da Caino a Batman)
«Non è colpa mia». «Mi hanno frainteso». «Sono vittima delle circostanze». Nuovi mantra di un’era, la nostra, in cui il trono è vuoto, lo sa bene il rag. Fantozzi. In un excursus sul Principio Responsabilità e sulla sua sparizione, da Netflix a Jonas, Raffaele Alberto Ventura traccia la rotta per la ripresa: riprendercela, sempre.
di Raffaele Alberto Ventura
«Non è colpa mia».
«Ero confuso».
«Mi hanno costretto».
«Mi hanno frainteso».
«Sono vittima delle circostanze».
Quante volte abbiamo cercato una scusa, pur di non prenderci la responsabilità per aver fatto un errore o deluso una persona? Responsabilità significa: essere consapevoli delle proprie azioni e delle loro conseguenze, ma anche assumersi il dovere di risponderne, senza cercare scuse o scaricare colpe su altri.
Soprattutto non sugli stagisti, come fanno i cattivi capi.
Il primo a fare il furbo era stato Caino, nell’Antico Testamento. Interrogato da Dio dopo l’omicidio di Abele, dapprima tenta di cambiare discorso: «Sono forse io il custode di mio fratello?». In una bellissima poesia di Victor Hugo, Caino fugge nel deserto nel tentativo di eludere la propria coscienza colpevole. Costruisce mura, si nasconde nei luoghi più remoti. Alla fine si rifugia in una caverna profonda, convinto di essere finalmente al sicuro; ma anche lì, nell’oscurità più totale, l’occhio di Dio continua a fissarlo.
La crisi della responsabilità
Il poeta vuole dirci che non si scampa alla responsabilità. Caino sapeva benissimo che scagliando quella pietra sulla testa del fratello ne avrebbe provocato la morte.
Ma è ancora così oggi? In fondo è difficile sentirsi pienamente responsabili in un mondo interamente deterministico, dove tutto ha una causa precisa sul piano fisico, sociale e psicologico. Lo sapevano bene i ragazzi di West Side Story, che al poliziotto che li vuole arrestare spiegano cantando: «È colpa della nostra educazione, siamo figli di tossiche e ubriaconi, per forza siamo teppisti!¹».
Processato da un tribunale contemporaneo, anche Caino potrebbe godere di qualche circostanza attenuante: stato emotivo, seminfermità mentale, pressione esterna o condizionamenti culturali… Possiamo immaginare l’arringa della difesa: «Essendo il primo figlio della storia dell’umanità, l’imputato ha vissuto in un ambiente familiare difficile, con una competizione fraterna esasperata e una figura paterna distante, Adamo, il che potrebbe costituire una spiegazione psicologica della sua azione».
Al determinismo si aggiunge poi la complessità. Ogni cosa ha cause e conseguenze, ma noi – al contrario di Caino con la sua pietra – non le conosciamo necessariamente.
Talvolta tra la causa e la conseguenza ci sono degli inconoscibili meccanismi di amplificazione, potenziati dalle nuove tecnologie. Chi è responsabile del suicidio di Tiziana Cantone, il cui video di revenge porn è stato visualizzato da milioni di persone?
Chi è responsabile del suicidio di Giovanna Pedretti, la ristoratrice accusata – come fosse un crimine gravissimo – di avere falsificato una recensione su Tripadvisor?
Tutti e nessuno, come nella serie Netflix TH1RTEEN R3ASONS WHY, che indaga sulla stratificazione delle responsabilità che possono spingere qualcuno a darsi la morte: i sociologi parlano di effetto composto o effetto perverso di una grande quantità di singole azioni.
La modernità è appunto un dissolvente della responsabilità. Di chi è la colpa se l’economia è in declino? Di chi è la colpa per l’inquinamento e per la criminalità? E soprattutto, di chi è la colpa se il pianeta muore consumato dai nostri consumi? A sentire i rappresentanti politici, loro non c’entrano mai niente. La colpa è dei governi precedenti, dell’opposizione, della congiuntura, dei complotti… Nessuno è disposto a prendersi la responsabilità.
Certo, la democrazia moderna si fonda sul principio secondo cui chi detiene il potere dovrebbe essere in grado di rispondere delle proprie azioni di fronte ai cittadini – gli anglosassoni parlano di accountability. E tuttavia, nella pratica, la possibilità di valutare il loro operato si dissolve di fronte all’intreccio opaco di soggetti, enti, commissioni, uffici e subappaltatori di cui è fatto il moderno esercizio del potere.
Difficile, in questo contesto, sperare che si riesca a fare qualcosa per salvare il pianeta dalla crisi climatica. Il filosofo Hans Jonas aveva spiegato fin dal 1979 che la chiave della soluzione al problema ecologico stava nel Principio Responsabilità: anche in questo caso, si tratta di riconoscere che la causalità è diffusa, e che le azioni minuscole di ciascuno hanno un impatto composto.
Il trono vuoto
E nella vita quotidiana?
«Mi faccia parlare con la responsabile».
In caso di disservizio, quando la persona che abbiamo di fronte sembra incapace di prendere la decisione corretta, viene spontaneo tentare di risalire la catena gerarchica per interagire con qualcuno che abbia maggiore competenza e maggiore potere. Ma anche qui la responsabilità è una merce rara, sempre più rara.
Lo sapeva bene Ugo Fantozzi. Per citare il suo creatore e interprete, Paolo Villaggio, il ragioniere «sa che vive in una società che non lo difenderà mai abbastanza, una società in cui avere paura, una società […] dove il padrone non ha nemmeno un’identità precisa, non è una persona fisica». In effetti, «Fantozzi vive in una dimensione piramidale e al vertice della piramide, forse, non c’è nessuno. Il Megadirettore Galattico esiste oppure no? Forse è pura invenzione». Tre decenni più tardi il regista danese Lars von Trier ha esplorato, in chiave satirica e grottesca, il tema della responsabilità nel film Il grande capo. La trama segue il proprietario di un’azienda informatica danese che finge di essere solo un dipendente, inventandosi la figura di un superiore invisibile a cui attribuisce tutte le decisioni difficili.
Abbiamo bisogno dei responsabili per risolvere i problemi, ma anche per catalizzare il malessere e la frustrazione. Immaginiamo un fiume inquinato dagli scarichi industriali. Gli effetti sulla salute della popolazione circostante sono devastanti: contaminazione dell’acqua potabile, aumento di malattie dermatologiche, bioaccumulo di sostanze tossiche nella catena alimentare, incidenza sul tasso di tumori. Chi è il colpevole? Il CEO, gli azionisti, l’ingegnere che ha progettato l’impianto, l’operaio che ha premuto il pulsante, il legislatore che ha chiuso un occhio sulle norme ambientali? Chi pagherà per le vittime? Non si tratta solo di risarcimento economico, ma anche di soddisfare una domanda di giustizia.
Ora immaginiamo un aeroporto. Un volo è stato cancellato. I passeggeri, esasperati, cercano qualcuno che prenda in mano la situazione: l’impiegato al check-in dice che è colpa della compagnia, la compagnia dice che è colpa dell’aeroporto, l’aeroporto dice che è colpa dell’ente del traffico aereo. La sensazione è quella di parlare con un muro. Peggio, di stare dentro un aereo senza pilota. Perché è così che funzionano le organizzazioni complesse: distribuiscono la responsabilità in maniera così diffusa che alla fine nessuno sembra davvero responsabile. L’aereo senza pilota è la metafora perfetta di un mondo fuori sesto: mentre i complottisti coltivano l’immaginario – in fondo rassicurante – di un grande vecchio che tutto controlla, tutti gli altri rabbrividiscono all’idea che nessuno controlli nulla. E se il trono del potere fosse vuoto?
L’antropologia insegna che le società tradizionali funzionano attraverso strutture di potere molto semplici e dirette, mentre la modernità ha creato un’architettura di governance fatta di istituzioni, procedure e deleghe. Ogni decisione è frammentata tra più livelli, ognuno con il suo pezzetto di responsabilità. Le nostre democrazie funzionano un po’ come l’aeroporto di cui sopra, per scaricabarile: esistono dei rappresentanti eletti, ma il grosso del potere è distribuito all’interno della macchina amministrativa e dipende dalle contrazioni del mercato globale. Non esiste nessun capotribù, nessun signore feudale, nessun monarca assoluto in grado di sbloccare una situazione a fronte di un tribunale amministrativo, di un’alta corte o di un attacco speculativo sul debito sovrano.
La gabbia d’acciaio
Un secolo fa, il sociologo Max Weber parlava di gabbia d’acciaio della razionalizzazione burocratica: tutto è organizzato, regolamentato, suddiviso in competenze, ma questo sistema, proprio mentre garantisce efficienza e prevedibilità, genera anche un effetto collaterale inquietante. La responsabilità si sbriciola. Nessuno ha il potere di cambiare le cose da solo, e quindi nessuno sembra rispondere davvero delle conseguenze. La frustrazione sale. «Mi faccia parlare con la responsabile» urliamo in aeroporto, alla cassa del supermercato, in banca, e soprattutto nelle urne quando andiamo a votare. La speranza è di trovare qualcuno in grado di prendersi la responsabilità quando tutto va a rotoli.
Volare su un aereo senza pilota, in effetti, non è un’esperienza rassicurante, anche se qualcuno dirà che è comunque meglio affidarsi al pilota automatico che a un pilota matto, depresso o ubriaco. Nel Novecento, la domanda di “uomini forti” – capaci di prendersi le responsabilità – ha portato al potere dei tiranni come Benito Mussolini e Adolf Hitler, che promettevano di prendere in mano lo Stato, la società e l’economia.
Il primo risultato fu la persecuzione degli oppositori politici, di cui appunto il Duce si prese la «responsabilità politica, morale e storica», per citare il suo famoso discorso del 3 gennaio 1925 sull’omicidio di Giacomo Matteotti. In tempi più recenti, il successo di leader carismatici che si presentano anch’essi come uomini forti è una reazione alla diffusa sensazione che nessuno sia più responsabile di nulla. La nostalgia per modelli di governo più verticali risponde alla percezione che la democrazia contemporanea sia un eterno scaricabarile.
Ma il sistema totalitario non avrebbe potuto funzionare se accanto a un pugno di responsabili non ci fossero stati migliaia di irresponsabili: il più noto è Adolf Eichmann, il burocrate nazista che Hannah Arendt ha descritto come il simbolo della banalità del male. Secondo la sua difesa al processo di Gerusalemme, Eichmann non era un mostro sadico, bensì un funzionario che applicava procedure, timbrava carte, firmava ordini. Non si sentiva responsabile dello sterminio degli ebrei perché lui eseguiva solo il suo “dovere”: far arrivare i treni della morte in orario. Questo è il lato più oscuro delle società complesse: possono creare sistemi in cui tutti sono solo ingranaggi e nessuno si sente moralmente chiamato in causa. Lewis Mumford li chiamava gli Eichmann e li vedeva all’opera ovunque, anche nelle società democratiche. Ma ricordiamoci che i crimini di Eichmann non sono un disservizio della rete ferroviaria tedesca: se qualche “utente” particolarmente infuriato avesse osato chiedergli di parlare con il responsabile, il solerte funzionario avrebbe dovuto fare nomi e cognomi dei gerarchi del partito nazionalsocialista, a partire da Hitler.
Contro la deresponsabilizzazione
Cosa succede quando ci si scontra con il muro di gomma dell’irresponsabilità? Nel romanzo Michael Kohlhaas, lo scrittore romantico Heinrich von Kleist racconta la storia di un commerciante di cavalli che subisce gli effetti dell’ingiustizia sistemica del regime feudale e scatena una rivolta contro l’ordine costituito. Il suo viaggio lo porta a confrontarsi con livelli sempre più alti del potere: dapprima i tribunali della regione asserviti al dominio aristocratico, poi il governatore ugualmente corrotto, fino al principe elettore di Sassonia e all’imperatore del Sacro Romano Impero. Kohlhaas semina distruzione in tutto il paese: questo è quel che succede quando la responsabilità si eclissa.
La deresponsabilizzazione sistemica – ovvero lo scaricabarile generalizzato – rende il sistema poco reattivo, paralizza l’innovazione e incentiva riflessi di eccessiva precauzione. Ma la crisi della responsabilità non pone soltanto un problema funzionale, ovvero di inefficienza. Il problema profondo di una società in cui nessuno è più responsabile di nulla è che viene a mancare ogni possibilità di giustizia – e più profondamente di senso. Forse siamo davvero tutti determinati, a livello subatomico, nei nostri comportamenti, e a nulla serve cercare di contrastare le nostre inclinazioni spontanee, le forze della natura e le leggi del mercato. Ma in questo caso, privati di ogni libero arbitrio, l’unico ruolo che ci resta è quello di piccoli ingranaggi di una grande macchina diretta verso una direzione sconosciuta. Tanti piccoli Eichmann.
Forse dietro ogni capo c’è un altro capo e in alto della piramide non c’è nessun grande capo, come sospettava Fantozzi: nessuno ascolterà i nostri reclami, nessuno risolverà i nostri problemi. Ma se non c’è la funzione, difficilmente potremo rinunciare alla finzione. Ed è per questo che talvolta bisogna prendersi la responsabilità, anche quando non si è responsabile.
Non è colpa mia, Ero confuso, Mi hanno costretto, Mi hanno frainteso, Sono vittima delle circostanze: spesso è davvero così. E di sicuro non c’è un singolo colpevole se c’è la crisi, l’inquinamento e la criminalità. Spesso sbagliamo in buona fede, o perché siamo ingannati. Eppure, nelle relazioni personali come nella politica, talvolta l’unica cosa di cui c’è bisogno – un po’ come Batman alla fine di The Dark Knight di Christopher Nolan – è qualcuno che si prenda quella benedetta responsabilità.
Se vogliamo risolvere le innumerevoli crisi che toccano la vita umana sul pianeta Terra, a partire dalla crisi climatica, dobbiamo prendere sul serio il Principio Responsabilità. Come sosteneva Hans Jonas, non possiamo più permetterci di dire «Non è colpa mia» quando consumiamo risorse, inquiniamo o sosteniamo sistemi insostenibili, perché il nostro agire ha ripercussioni sistemiche incontrollabili e durature. Si tratta, dunque, di prendersi carico della responsabilità anche quando le colpe non sono chiaramente attribuibili. In un mondo in cui il potere è diffuso e anonimo, in cui spesso nessuno è direttamente responsabile ma tutti siamo coinvolti, il vero atto di coraggio non è trovare un colpevole, ma diventare consapevoli del nostro ruolo e agire comunque, per il bene di chi verrà dopo di noi.
Saremo davvero responsabili solo quando potremo dire: «Ho fatto tutto perché non accada».
